Il Cesena, le triplette e il fegato dell’elefante

«Oh, ma per allenare questo qua ci vuole il fegato di un elefante». Maggio 2003, Beppe Iachini tenne duro e fece il signore per 9 mesi abbondanti: aspettò la fine del campionato e poi usò un’immagine da safari nella giungla per descrivere il suo controverso rapporto con Florian Myrtaj, l’uomo di una tripletta illusoria a Padova nel debutto in campionato di 20 anni fa. Il Cesena vinse 2-3 e Myrtaj entrò subito nella storia del Cesena: nessuno al debutto aveva mai segnato tre gol. Pareva l’inizio di qualcosa di grande, alla resa dei conti fu qualcosa di grande solo per la digestione di Iachini, che si ritrovò col fegato della mamma di Dumbo.
Al netto di un agghiacciante coro in stile “Gloria” di Umberto Tozzi (“Florian, manchi tu nell’area”) che per fortuna si sentì solo una volta, Myrtaj i colpi li aveva eccome. Il bomber che gonfiava le reti e i fegati di chi lo allenava era un cannoniere che Foschi fece scoprire a Iachini; percorso opposto per un altro triplettista come Simone Corazza, al primo posto della lista estiva di Toscano, lista che il Cesena ha seguito alla lettera, accontentando il suo allenatore anche sui pali delle porte.

I gol di Corazza avvisano che il lungo rodaggio di una squadra quasi completamente nuova è finito ed era anche ora, visto chi c’è all’orizzonte. Mercoledì il Cesena va a Reggio Emilia e per quello che si è proposto di fare, deve provare a vincere e non può permettersi di perdere, perché se perde poi va a -9 e mangiare 9 punti alla Reggiana non sembra la cosa più facile del mondo. Ha i mezzi per farlo e se vuole davvero svoltare, deve iniziare a fare qualcosa di grande: a Siena c’è quasi riuscito e la vendemmia contro l’Imolese conferma che qualcosa si sta muovendo.
A proposito del 4-0 di ieri, il vice allenatore dell’Imolese è passato quasi inosservato ma era Ivan Piccoli, un sinistro da coppe europee incastonato nella carrozzeria della Aston Martin dei giorni nostri o della Osella dei tempi andati. A Cesena poteva fare una carriera ben migliore, ma il rischio era perfino che non avesse una carriera. Nel 2000, il 19enne Piccoli venne aggregato al gruppo di Nicoletti che lottava per la B e faceva mille calcoli (tutti sbagliati) per una salvezza che non arrivò, in un finale di stagione di raro squallore che ebbe come manifesto il disgustoso Cesena-Cosenza 3-3. Furono mesi che lasciarono il segno a un ragazzo sensibile e di talento che sul momento disse che bastava così. Poi per fortuna non smise, fino a diventare protagonista di quella macchina da gol che era il Cesena di Castori che arrivò ai play-off.

Al raduno allo stadio di quella estate 2005, tutti ricordano la sghignazzata di Castori quando vide arrivare Piccoli e De Feudis: «Madonna, ma cosa ci fanno questi ancora qui, mi avevano detto che ci eravamo rinforzati…». E invece quel Cesena diventò uno spettacolo, con davanti il tridente più atipico del mondo: Ferreira Pinto-Bernacci-Piccoli. Un Piccoli che con tutte le proporzioni del caso giocava alla Milinkovic-Savic: un jolly d’attacco che non ti dà mai certezze, ma se azzecca la giornata giusta, beh, vedi del calcio superiore. Tre anni prima, proprio Iachini iniziò a buttarlo in campo a ridosso di Myrtaj e quando gli si diceva: «Mister, Piccoli non ce la fa, ha i crampi», ribatteva: «Impossibile, ma quali crampi? Avrà i crampi alle ossa, questo i muscoli non li ha»

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