Il Cesena, la qualità di Shpendi e i dubbi di Candreva

Dalla Reggiana (27) al Rimini (22), nella parte sinistra della classifica ci sono 9 squadre in 5 punti. La Reggiana è prima con 3 sconfitte in 14 partite, il Gubbio è secondo e ne ha già perse 4, il Fiorenzuola (8°) è a -3 dal primo posto e ha perso 6 volte. Segnali di un campionato senza padroni: un anno fa il Modena arrivò primo perdendo 4 volte in 38 gare e alle sue spalle la Reggiana chiuse con 2 sconfitte.

Il primo terzo di stagione ha detto che il Cesena senza De Rose o Prestia è qualcosa di diverso e che Corazza e Ferrante saranno anche due belle punte, ma non sono ancora una coppia d’attacco. Poi c’è il fattore qualità: la compattezza e il vigore sono valori assodati, ma senza De Rose e nelle domeniche in cui Corazza gioca sott’acqua, chi si inventa qualcosa? L’indiziato sarebbe Chiarello, che però non ha ancora lasciato davvero il segno, quindi l’unico creativo rimane Stiven Shpendi. Nell’assalto finale contro l’Ancona, Stiven è stato l’unico a costruirsi palle-gol da solo e di questo passo rinunciarvi sarà difficile.

A proposito di creativi, facciamo un tuffo nel calcio minore, visto che sono iniziati i Mondiali. L’ultima volta che l’Italia ha partecipato era il giugno del 2014 e nella lista dei convocati del ct Cesare Prandelli c’erano due giocatori passati dal Cesena: Marco Parolo (all’epoca al Parma) e Antonio Candreva (Lazio).

La storia di Antonio Candreva in Romagna fu particolare e ci ricorda la differenza tra giocatore forte e giocatore funzionale. Col passaggio da Ficcadenti a Giampaolo, la mezzala Caserta lasciò il posto alla mezzala Candreva: nessun dubbio su chi fosse il giocatore più forte, nessun dubbio su chi sia stato il giocatore più utile. I pochi mesi di Candreva a Cesena lasciarono il ricordo di un ragazzo di 23 anni di una educazione di primo livello (vedeva i giornalisti e salutava per primo, una specie di ufo), ma non sorrideva mai. Cioè, quasi mai. Fece eccezione il suo gol a Bergamo del provvisorio 0-1 in casa dell’Atalanta, anche se dopo il gol esagerò: si mise a ballare sulle movenze di Ai seu te pego, l’inqualificabile tormentone dell’epoca, con il resto della squadra a unirsi nel balletto.

Ora: magari in qualche parte del mondo esisterà davvero uno stadio dove il pubblico di casa prende un gol e si fa due risate vedendo la squadra avversaria che balla Ai seu te pego. Questo posto però non è lo stadio di Bergamo, dove al contrario sono abbastanza permalosi. Il tifo di casa entrò in azione e caricò a pallettoni l’Atalanta, che si vendicò del balletto vincendo 4-1 in rimonta.

Quella sconfitta non minò le certezze di Daniele Arrigoni, che a fine gara avvicinò Candreva.

“Antonio, sai che io ti vedrei bene da esterno destro a centrocampo?”.

“Davvero mister?”

“Sì, secondo me tu hai la tecnica e lo spunto per fare bene sulla fascia”.

“Ma io non sono mica convinto mister”.

“Dai, Antonio, proviamo”.

“No mister, lasciamo stare”.

E Arrigoni lasciò stare. Meno di 6 mesi dopo, nella primavera del 2012 Edy Reja si fece meno problemi e spostò Candreva sulla fascia destra del centrocampo della Lazio, soluzione poi scolpita nel piombo dall’anno successivo da Vladimir Petkovic. Candreva diventò poi l’ala destra della Nazionale, arrivando fino ai Mondiali e ad una danarosa carriera in A che non si è ancora interrotta. Daniele Arrigoni invece oggi allena le selezioni giovanili della Lega Pro e di quell’anno al Cavalluccio ricorda agli amici che si dimise frettolosamente. Tifava da sempre Cesena e dopo un 1-3 con il Milan, uscì dallo stadio furibondo con l’allenatore del Cesena: il problema era che l’allenatore era lui. Roberto Mercadini nei suoi monologhi ricorda spesso un proverbio ebraico: “Prima che una parola esca dalla tua bocca, sei il suo padrone, poi quando è uscita, ne diventi il suo schiavo”. Ecco, la parola scelta da Arrigoni era: coerenza.

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