Il Cesena, l’Entella e il linguaggio di chi vuole arrivare primo

Costa orientale della Liguria, tardo pomeriggio di ieri.

“Quanto ci vuole dall’albergo allo stadio di Chiavari?”.

“Tranquilli, in un quarto d’ora al massimo si arriva”.

Invece il pullman del Cesena ci ha impiegato il doppio, è arrivato in ritardo sulla tabella di marcia e all’ingresso allo stadio la faccia di Toscano era quella di uno che fremeva dalla voglia di conoscere il comandante della Polizia Municipale di Chiavari e non per anticipare gli auguri di Natale. È stato l’unico momento in cui il Cesena è sembrato in ritardo sulla partita, perché dalla palla al centro in poi ha sempre determinato quello che succedeva in campo.

Anche il finale nel piccolo ma confortevole stadio di Chiavari è stato curioso: dopo il triplice fischio di un ottimo arbitro, Dessena in mezzo al campo cercava Prestia e ha innescato certi dibattiti cari alla carriera di Manolo Pestrin, un altro abituato a raggiungere il sottopassaggio degli spogliatoi in modo un po’ vivace, con gli avversari a indicargli rumorosamente l’uscita. Nel sottofondo, rimbombava poi la voce squillante del telecronista di Rai Sport, che in tribuna stampa registrava il suo servizio del post partita cominciando così: “Nel big-match, Entella e Cesena non si fanno male”. Insomma: chi era passato a centrocampo dalle parti di Saber, sarà stato d’accordo in parte.

Il Cesena ha conservato d’autorità il primo posto e tutto il dopo-partita è stato interessante. La squadra lunedì notte ha dormito a Chiavari, si è allenata questa mattina in Liguria e poi è partita per la Romagna. Una finezza che costa una notte in più in albergo e tutto il resto: forse se ne poteva fare a meno, dopotutto non sarebbe stata mica la prima volta che si vede una tirata in pullman fino alle quattro del mattino e poi l’allenamento al pomeriggio a Villa Silvia. La società ha scelto di accontentare lo staff tecnico anche in questi dettagli ed è un altro segnale che non si lascerà nulla di intentato per il primo posto. Non c’è solo il linguaggio del corpo di De Rose o Prestia a dire che il Cesena punta al massimo: c’è tutto un linguaggio di cura dei dettagli sulla prima squadra che indica che questo campionato è cerchiato in rosso e l’obiettivo è mettersi dietro 19 squadre.  

A proposito di linguaggio e di stagioni che funzionano più o meno bene: qualcuno sa cosa vuole dire Modàlarèz? È una parola che Walter De Vecchi aveva come sottofondo durante gli allenamenti e proprio non capiva. Siamo all’inizio del 2001 e lo sentiva urlare in tribuna da Edmeo Lugaresi: De Vecchi alzava la testa verso la tribuna di Villa Silvia, sgranava i suoi occhi spiritati alla Jack Nicholson e cercava un perché nell’urlo presidenziale durante le partitelle. Era forse dialetto turco in onore di Fatih Terim che all’epoca guidava la Fiorentina? Era l’annuncio dell’imminente nascita del dimenticabile gruppo dei Modà? Niente di tutto questo.

Modàlarèz era la versione contratta in dialetto romagnolo della frase “passala a Rizzitelli”, uno che a Roma era diventato Rizzigol, ma per Edmeo Lugaresi era sempre stato Rèz, un ragazzo che adorava. Così chiunque non la passasse a Rèz in partitella era un demente totale, tranciato nello slang presidenziale da un’altra espressione dalle vaghe ascendenze balcaniche come Fàtimbezèl. Poi le stagioni possono essere più o meno vincenti, ma il bello di un certo modo di fare calcio è che anche quando lo dici male, va sempre a finire che ti spieghi bene.

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