12 novembre 2020: cento anni della nascita di Mattia Moreni. Dall’Informale all’approdo a uno stile del tutto personale in una sorprendente e continua reinvenzione espressiva, la vicenda di un grande protagonista della scena artistica del secondo Novecento. Un percorso artistico articolato, in cui riconoscere la lucidità e la passione ineguagliabile con cui l’artista ha sempre seguito, o meglio anticipato, i cambiamenti e le grandi trasformazioni del nostro tempo. Le sue opere arricchiscono oggi le collezioni di musei italiani e internazionali oltre che di numerosi appassionati in tutto il mondo.

Un anniversario che date le circostanze che impediscono l’allestimento di grandi mostre, sarà soprattutto “via social”, a cura dell’Archivio Mattia Moreni.

Attraverso quali iniziative? Lo abbiamo chiesto Maria Francesca Moreni, figlia dell’artista

«Abbiamo invitato chiunque sia in possesso di un’opera di Moreni a condividere una foto che li raffigura accanto ad essa mentre sorreggono un cartello con l’hashtag #MORENI100. L’invito si estende a chiunque voglia dedicare un pensiero, un augurio, un omaggio, anche su un semplice foglio di carta, in ricordo di Mattia Moreni. Taggando i canali ufficiali Facebook (@ArchivioMattiaMoreni) e Instagram (@mattiamoreni) questi contenuti verranno raccolti e condivisi con lo scopo di conservarne la memoria e celebrarne l’arte. Sarà come andare a una mostra e vedere tanti quadri, tutto online! Anche la trasmissione di Rai2 “O anche no” ha presentato l’8 novembre un’intervista che mi è stata fatta da Paola Severini Melograni su come Moreni riuscì ad essere artista nonostante il grave problema della disabilità a una mano».

In che misura la lucidità e una passione partecipativa ineguagliabile del percorso artistico di Mattia Moreni anticipò i cambiamenti e le grandi trasformazioni del nostro tempo?

«Il suo era un vero “mestiere dell’attenzione”. Aveva una sensibilità particolare e, guardando il mondo in cambiamento dopo la guerra, si accorse che l’uomo stava lavorando per la propria autodistruzione. Conobbe la Romagna nel 1943, vi ritornò alla fine degli anni Cinquanta per poi stabilirsi definitivamente tra i calanchi di Brisighella nel 1966 fino alla sua morte nel 1999. Dipingeva la natura che iniziava a stravolgersi. In particolare il territorio ravennate era in procinto di essere travolto da una massiccia rivoluzione industriale; “Segnali di pericolo”, “Nuvola gialla”, “Cartello per pericolo di morte”, “Ancora un’immagine come avvertimento” e molti altri titoli assai espliciti in merito come “Il canale Candiano prima della sua trasformazione irreversibile”».

Come nacque invece la serie degli “Umanoidi”?

«Moreni aveva dipinto una splendida tela per il Palazzo Olivetti a Ivrea, e credo proprio che sia stato grazie a quella frequentazione che il giovane artista abbia iniziato la sua elaborazione creativa sul tema. Negli anni Novanta poi fu catturato dalla rete che stava per prendere piede e nacque “L’umanoide tutto computer”. Oggi ci ritroviamo chiusi a difenderci da un virus sconosciuto, e nel frattempo continuiamo a tenerci compagnia collegandoci in rete. Il contatto reale rimarrà solo un ricordo? Moreni era un profeta?».

In che maniera porrete al centro di questo anniversario anche il discorso del rapporto tra arte e disabilità?

«Sono assolutamente certa della sua sofferenza che lo ha accompagnato tutta la vita a causa della malformazione alla mano destra e che ho scoperto solo 10 anni fa, quando mi fu detto che mio padre “era un disabile”. Io rimasi senza parole: mio padre un disabile? Era uno che sapeva far tutto ed era così ostinato che qualsiasi cosa gli venisse in mente la realizzava senza alcuna difficoltà. Una frase del suo manifesto: “Se potessi, oggi, sarei un progettista genetico”, era la sua ossessione».

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