Il centenario dello scrittore Dante Arfelli

«A lto e robusto, con le spalle larghe e un fisico da atleta, ha l’aspetto di uno sportivo più che di uno scrittore; serio e taciturno, di poche parole anche al momento della consegna del premio e della successiva festa in suo onore, nelle fastose sale del Casinò del Lido».

Così le cronache ritraevano Dante Arfelli quando nella primavera del ’49 vinceva il Premio Venezia, antesignano del Campiello, con il suo romanzo d’esordio, “I superflui”. Scritto in soli venti giorni nell’estate precedente, era stato premiato da una prestigiosa giuria, composta tra gli altri da Pancrazi, Palazzeschi, Giani Stuparich, che lo aveva definito come «un’opera amara, cruda, aspra, anche disperata, se dal fondo della sua chiusa tristezza non si levasse una trepida luce di umana simpatia».

Una svolta

Il premio dava una svolta alla sua vita, e non solo per l’assegno di 500mila lire, cifra enorme per lui, che aveva dovuto farsi prestare abito e scarpe per la cerimonia. Nei mesi successivi poteva staccarsi da Cesenatico e dalla quieta provincia romagnola (era nato a Bertinoro, il 5 marzo del 1921) per approdare ai circoli letterari romani e incontrarvi vecchie conoscenze come Marino Moretti e Federico Fellini, suo compagno di liceo a Rimini, e farsi nuovi amici, come Aldo Palazzeschi e Giuseppe Berto. “I superflui” raggiungeva le 100mila copie in Italia e otteneva uno straordinario successo in Francia e negli Stati Uniti. Solo negli Usa un’edizione economica del romanzo per l’editore Scribner’s, lo stesso di Hemingway, vendette 800mila copie.

Uscito nel pieno della stagione neorealista, di cui è partecipe per l’ambientazione storica e la componente sociale, “I superflui” se ne distacca però in modo netto, e proprio in forza di ciò ottenne i maggiori riconoscimenti da parte della critica straniera. Antony West, sul “New Yorker”, parlò di «generazione bruciata»; la critica francese di una «rinascenza letteraria italiana», di fronte a una storia dominata da un pessimismo e un fatalismo che vanno molto oltre lo scenario di difficoltà dettato dalla disoccupazione e dalla ingiustizia sociale.

Luca il provinciale

Protagonista del libro è Luca, un provinciale che nell’immediato dopoguerra va a cercare fortuna in una Roma sottomessa all’arbitrio di notabili, commendatori e affaristi senza scrupoli. Vi incontra una giovane prostituta, con cui condivide un misero alloggio e le illusorie ambizioni di riscatto, e l’autore sa esprimere con grande efficacia il sentimento di inettitudine e di esclusione che accomuna i due giovani, il vuoto esistenziale che li avvince mentre tentano invano di ricostituire quei valori umani e morali che la guerra aveva spezzato.

“La nausea” di Sartre

Ho conosciuto Dante Arfelli nel 1993, nella clinica di Ravenna dove aveva trovato l’ultimo asilo, e per prima cosa gli domandai come era nata una vicenda del tutto aliena dalla retorica e dal fervore populista spesso presenti nella narrativa neorealista, condotta con uno stile così asciutto e scarno. Mi rispose che alle spalle del romanzo c’era la lettura de “La nausea” di Sartre, delle commedie di Arthur Miller e di Tennessee Williams, e di essersi formato in un contesto letterario poco italiano, al quale aveva preferito gli autori americani: London, Hemingway, Faulkner e Caldwell.

40 anni di silenzio

“La quinta generazione”, uscito nel ’51, non ebbe altrettanto successo, ma Arfelli godeva ancora di notevole fama quando poco dopo sparì di colpo dalla scena. Del quarantennale silenzio che ne seguì qualcuno volle incolpare la società letteraria nostrana, che non gli avrebbe perdonato il rapido successo e la non omologazione, e a riprova di questo si sottolineava il divario nella valutazione de “I superflui”: il grande consenso della critica straniera, la reazione assai più tiepida di quella italiana. Ma la vera questione, come mi confermò lo stesso Arfelli, era un’altra: verso la metà degli anni 50 egli cadeva vittima di una grave forma di nevrosi depressiva che lo avrebbe condannato a un interminabile viaggio dentro le fobie e le vertigini, le “voci” di una malattia mentale che solo negli ultimi anni gli avrebbe concesso una parziale tregua.

Un centenario da celebrare

C’è da augurarsi che il centenario della nascita di questo singolare e sfortunato autore diventi occasione per riportare nelle librerie i suoi romanzi, e anche i notevoli racconti in parte raccolti in “Quando c’era la pineta”, una piccola edizione ravennate del 1975, in cui alla consueta asciuttezza dello stile si accompagnano fiammate espressioniste che danno i brividi.

Nato a Bertinorovisse a Cesenaticoe morì a Ravenna

Dante Arfelli nasce a Bertinoro il 5 marzo 1921 e muore a Ravenna il 9 dicembre 1995. La sua famiglia, di origine contadina, poco dopo la sua nascita si trasferisce in provincia di Reggio Emilia. A 14 anni si spostano a Cesenatico, dove il padre viene assunto come guardia municipale. Dante frequenta il liceo classico a Rimini, dove conosce Federico Fellini. Si iscrive poi alla facoltà di Lettere a Bologna. È artigliere alpino nella divisione Julia. Congedato nel 1944, si laurea in Storia con una tesi sul passaggio di Garibaldi a Cesenatico. Nella cittadina fonda la scuola media e frequenta il poeta e scrittore Marino Moretti la cui casa, sul porto canale, è vicina alla sua. Vive insegnando e in maniera appartata.

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