“Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno”: il canto di un calcio libero

Se c’è un libro sottovalutato è il volume di Alessandro Gnocchi, “Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno” (Baldini + Castoldi, 2021), tra i migliori di quelli usciti lo scoro anno (parere personale, ovvio). Sottovalutato nel senso della visibilità, a conferma di una teoria che da tempo sostengo. E cioè che i giornalisti pallonari per lo più scrivono di libri sul calcio di sodali, viceversa di quelli culturali capaci di allargare l’orizzonte anche al calcio. In altre parole, i giornalisti sportivi se la cantano tra di loro, al contrario degli altri capaci di passare dalla letteratura e alla poesia sino al campo da gioco. È un peccato che ciò avvenga perché in questo modo il calcio finisce per essere autoreferenziale e vivere solo del presente, dimenticando tutto il plus che prosa e poesia possono ancora dare a questo sport. Ce lo aveva ricordato Pier Paolo Pasolini, ce lo rammenta Gnocchi in questo libro, il cui titolo e copertina prendono spunto proprio dall’intellettuale bolognese (a proposito quest’anno ricorrono i 100 anni della sua nascita). Gnocchi, caporedattore delle pagine culturali de Il Giornale e tifosissimo della Cremonese, racconta il suo personale percorso letterario come una partita di calcio, fatta di riscaldamento, primo e secondo tempo (poesia e narrativa), tempi supplementari e calci di rigore.

Alla base di tutto c’è una domanda a cui risponde nel finale. E cioè: perché amiamo il calcio? Risposta: “Quello che piace del calcio è la sua libertà così simile a quella della grande poesia”. Leopardi conosceva bene tutte le regole della poesia (metrica, rima, prosodia) ma è stato capace di sovvertirle e stupirci con i suoi versi, lo stesso ha fatto Andrea Pirlo col suo passaggio imprevedibile a Grosso nella semifinale mondiale contro la Germania. Per quanto una partita venga preparata nei minimi dettagli c’è sempre una parte di indefinito che la avvolge, lo stesso dicasi della scienza che rimane “muta di fronte a tutto ciò che più conta per noi”.

In tutto questo un ruolo lo può giocare la letteratura che da tempo si interroga sui perché di tanta passione per questo sport. C’è stato chi come Sanguineti e Giudici ha visto nel calcio lo strumento di distrazione di massa, chi come Caproni l’ha interpretato come diversivo dalla morte, e chi come Saba ha usato il calcio per raccontare la condizione umana. La galleria poi contempla tante altre figure, da Brera ad Arpino passando per Berselli, Carmelo Bene, Sartre e tanti altri. Quella che mi ha colpito è Gaio Fratini, fantasista dell’epigramma. Così il suo “derby in maschera”. “Al sommo derby della Nostalgia / il Predappio sul campo del Salò / Invitati speciali Bocca e Fo”. Geniale.

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