Il bosniaco Ognjen Tomic al “Tonelli” di Forlì

La pandemia è l’argomento dominante delle nostre giornate, finisce così che passino in secondo piano grandi emergenze umanitarie: e se la tragedia avvenuta in Congo con l’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustafa Milambo ci ha fatto ricordare quel calderone ribollente che è l’Africa, qualche voce si alza anche in merito alla “rotta balcanica”: nome suggestivo per un dramma che si svolge alle porte di casa nostra.

Il Centro Pace Annalena Tonelli di Forlì invita a parlarne oggi 2 marzo (ore 21) Ognjen Tomic, esperto in politiche di integrazione e di progetti di cooperazione europea (info: forli.centropace@gmail.com). Bosniaco di Sarajevo, Tomic vive in Italia, a Forlì e da pochi mesi a Bologna, dal 1992.

Migliaia di persone sono ammassate attualmente in Bosnia-Erzegovina.

«La Bosnia in questo momento è l’argine per tanti che sono stati bloccati prima di poter entrare in Europa. Fino a qualche anno fa le autorità bosniache stesse lasciavano che i migranti si auto-organizzassero, a Sarajevo per esempio nei parchi cittadini, e li aiutavano come potevano la popolazione e le Ong, già presenti sul territorio dopo la guerra e poi riconvertitesi. La Bosnia infatti a livello istituzionale è totalmente sprovvista di organi che si occupino dell’emergenza, e oggi vive la presenza dei migranti come un semplice problema di sicurezza».

Ma, appunto, perché dirigersi proprio in Bosnia?

«La rotta è in realtà un corridoio che vi arriva dalla Turchia, attraverso Macedonia e Kosovo. Questi Stati lasciano passare il flusso, mentre la Bosnia… è un po’ una terra di nessuno, ai confini della Ue. E infatti lo stop per i migranti arriva a Bihac, ai confini con la Croazia».

Però a Bosnia e Croazia arrivano contributi internazionali per gestire l’emergenza.

«La Bosnia non ha le strutture per affrontare una questione così complessa: una entità rimbalza la palla a un’altra, un governatore di cantone a un altro mentre non esiste neppure un ministero dell’Interno. Possono arrivare soldi, ma il vero problema è l’inconsistenza politica».

E il ruolo dei croati?

«La Croazia è uno dei tre Stati che firmarono gli accordi di Dayton con cui si concluse la guerra. I rapporti fra i due Stati, uno Ue e l’altro no, tuttora però non sono semplici, mentre l’establishment difende l’operato delle forze armate e delle forze dell’ordine fra le quali però il retaggio del conflitto è ancora presente, e influenza i comportamenti ai confini. Dal canto suo, una società civile fragile come quella bosniaca non è in grado di stigmatizzare o di denunciare alla comunità internazionale le violazioni dei diritti civili o le vere e proprie violenze subite dei migranti».

Si esce da questa vergogna?

«Sì, se dice la sua l’America di Biden, che è sempre stato molto vicino alla realtà dei Balcani, se interviene la Ue, non con fondi, di cui la Bosnia usufruisce da 25 anni senza che la sua economia sia stata ricostruita, ma con pressioni sulle autorità: la guerra è finita, ma è triste riconoscere che in Bosnia non è mai iniziata la pace».

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