Il bosco della Frattona, l’oasi della sostenibilità imolese

Un’oasi di biodiversità a pochi passi da Imola, lungo la valle del torrente Correcchio.

È questa la Riserva naturale del bosco della Frattona: 15 ettari di meraviglie che non solo difendono l’habitat di questo angolo di Romagna ma sono anche una splendida testimonianza della storia geologica italiana. L’area è infatti quella delle sabbie di Imola, conosciuta per i suoi ossidi di ferro, tanto che nell’Ottocento veniva chiamata l’area delle “sabbie gialle”.

Queste si formarono milioni di anni fa quando lì c’era il mare e gli scavi hanno poi permesso di notare la presenza, grazie ai fossili, di un folto habitat fatto di flora e fauna.

Il geologo Giuseppe Scaravelli, da metà degli anni Quaranta dell’Ottocento, iniziò a studiare quel territorio, scoprendo resti di grandi mammiferi terrestri e utensili del Paleolitico inferiore e che oggi si trovano nel museo di Imola che porta il suo nome.

Il patrimonio che conserva il Bosco della Frattona è straordinario: al suo interno scoiattoli, ghiri, le arvicole, i ricci, le lepri, i toporagni. Ma ci sono anche volpi, tassi, faine, donnole.

Nella riserva, anche sette diverse specie di pipistrelli. I picchi sono tra gli uccelli che caratterizzano l’area protetta: scavano nei tronchi degli alberi per cercare le loro prede, principalmente larve e insetti.

Il bosco è un’insieme di esperienze uniche, con diversi tipi di querce, tra cui rovere e roverelle. Ma ci sono anche ornielli e aceri campestri.

«La sua istituzione, molti anni fa, è stata una delle nostre battaglie – spiega Aldo Gardi, di Legambiente Imola – Nato nel 1984, è una zona di protezione speciale. Ha caratteristiche uniche come le millenarie sabbie gialle. Ne parlo con piacere anche come guardia ambientale metropolitana: ultimamente, anche grazie al periodo del Covid, c’è sempre maggior rispetto. Ma posso fare un’indicazione a chi la vive: è una riserva e non si può toccare niente, bisogna lasciar vivere lì le piante che crescono, come gli asparagi selvatici».

La riserva naturale fa parte di uno spazio più grande, quello del Sito di importanza comunitaria del Bosco della Frattona: 392 ettari sulle prime pendici collinari di Imola, a Nordest, e a Dozza, a Nordovest. Nell’area, un tempo, prima della seconda guerra mondiale, esisteva nel bosco anche una zona coltivata a castagno. Durante la guerra, così come accertato anche dall’Università di Bologna in un suo lavoro, proprio l’area verde ebbe un notevole impoverimento: gli alberi di castagno più grandi vennero tagliati per ricavarne legna. Oggi, di quel vecchio castagneto, ne restano pochi esemplari sparsi.

Se sono nate le prime forme di Stato lo dobbiamo un po’ anche ai cambiamenti climatici. A dirlo è una ricerca sviluppata dall’Università di Bologna e dalla tedesca Eberhard Karls di Tubinga che è stata pubblicata sulla rivista scientifica Pnas. Secondo gli studiosi, infatti, proprio le crisi dettate dal clima hanno causato durante l’Età del bronzo, in Mesopotamia, lo sviluppo delle realtà istituzionali, facilitando la cooperazione tra le élite e il resto della popolazione. L’analisi ha studiato l’impatto delle crisi avvenute tra il 3100 e il 1750 avanti Cristo.

«Fasi di prolungata siccità spinsero le élite latifondiste a concedere rappresentanza politica e diritti di proprietà a gruppi, che avevano la capacità di limitare i danni del cambiamento climatico, per convincerli che una parte sufficiente del raccolto sarebbe stata redistribuita attraverso la produzione di beni pubblici – commenta Carmine Guerriero, docente del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna, uno dei due autori dello studio – Da parte loro, queste non-élite favorirono il cambiamento istituzionale, abbracciando norme culturali di cooperazione più intense, con l’intento di convincere le élite del loro impegno alla cooperazione futura».

A dare evidenza di questa connessione sono stati, secondo i ricercatori, tre momenti di siccità. Una, tra il 3800 e il 3300 a.C., con l’intervento dei gruppi religiosi per organizzare la costruzione delle prime canalizzazioni artificiali. Poi, nel periodo protodinastico tra il 3100 e il 2550 a.C., ci fu una cooperazione agricola incentivata dalle classi militari-palatine, che in cambio diedero la sicurezza. Ultima fase è stata quella del periodo imperiale, tra 2350 e il 1750 a.C., con la crescita delle corporazioni mercantili. Per gli studiosi, il clima più mite, invece, ha permesso la collaborazione tra élite e non-élite.

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