Il ballo e le solite diatribe tra “papalini” e “libertini”

ACarnevale è d’obbligo ballare. «Chi rinuncia alle danze – sentenzia Il Buon senso il 23 febbraio 1882 – commette un delitto di lesa maestà verso il giocondo sovrano ch’è Carnevale». «Una volta all’anno – asserisce il periodico – è permesso fare i matti, se pure è pazzia il ballare allegramente, il battersi a frizzi, a occhiate, a desideri …». A Rimini, come abbiamo documentato in un precedente articolo (Corriere Romagna, 25 febbraio 2020), «ballano tutti e tanti sono i luoghi dove ballare».

Ballano i laici e ballano anche i clericali, purché le danze non siano in Quaresima. Per i credenti il Carnevale si chiude «col suono della campana, detto il suono della lovva (lupa, nel senso di gola e voracità), che alle 11 di sera del martedì innanzi alle Ceneri avverte quanti sono bacchettanti essere giunta l’ora d’affrettarsi, perché dopo un’ora i conviti debbono essere terminati» (Italia, 14 febbraio 1891). Sulla lovva, «avanzo mummificato del passato», e sulle «bigotte di Quaresima», si indirizza lo scherno degli anticlericali. «Le donnine che corrono alle prediche – ironizza Italia, periodico liberale, il 20 marzo 1886 – sono le stesse che prima correvano ai balli; unica differenza è nell’abito che indossano».

E a proposito di prediche, eccone una davvero originale che ci viene raccontata da Il Marecchia, settimanale repubblicano con forte accento laicista, il 20 gennaio 1897: «Giorni sono un prete di un paese di Romagna predicava dal pulpito contro l’immoralità del ballo, che annoverava tra i peccati capitali. Alla fine del suo sproloquio, concludeva dicendo che i giovani che nel prossimo Carnevale balleranno addiverranno sordi, le ragazze cieche, i genitori infermi, ed i proprietari che permetteranno che nelle loro case si balli, avranno un morto in famiglia. Che carità evangelica!». Il cronista de Il Marecchia senza dubbio ha esagerato nel riferire il sermone, ma – va detto – in questo periodo certi sacerdoti hanno la mano pesante sul ballo e vanno giù di brutto, fino a considerarlo elemento di perdizione. L’Ausa, giornale cattolico, che di questa crociata è bandiera, per porre un freno ai veglioni e alla loro eccessiva sfrenatezza suggerisce addirittura delle sanzioni. «La Cassazione – scrive il 24 dicembre 1897 – ha ritenuto che concorre al disturbo della quiete ed è quindi punibile con la contravvenzione dell’articolo 457, colui che tiene in una sua casa una festa da ballo e non impedisce che gli intervenuti, specialmente dopo la mezzanotte, turbino con canti e schiamazzi la quiete dei vicini».

In questi battibecchi, sempre gonfiati a dismisura, traspare l’antica e mai sopita diatriba tra “papalini” e “libertini”. E già che siamo in argomento, dal ballo passiamo alle maschere di carnevale, dato che in quest’altro settore l’anticlericalismo si manifesta con espressioni di grossolana volgarità e irriverenza.L’affermazione che «per Carnevale tutto è lecito», soprattutto negli ultimi giorni di smodata baldoria, spinge i maleducati non solo a disturbare la gente con lanci di oggetti di ogni genere – «dalle uova alla farina, dai pomodori alla ghiaina» -, ma anche a esibire atti sfacciati e offensivi nei confronti della religione. Sberleffi che sollevano l’indignazione dei fedeli. «Abbiamo veduto domenica delle maschere – brontola per l’ennesima volta L’Ausa il 25 febbraio 1899 – che parodiavano i frati e le suore contro il decreto del Sottoprefetto». Già, i“decreti”! Le loro disposizioni non solo vietano nella maniera più tassativa «le maschere e i travestimenti che offendono la morale e la religione», ma proibiscono anche «di comparire nelle vie e piazze pubbliche dopo le ore 20». Sulle infrazioni a queste due norme potremmo dilungarci a lungo; limitiamoci a riferirne una, letta su L’Ausa del 18 febbraio 1899. «La sera del 13 febbraio – denuncia il settimanale – giravano per le strade due maschere travestite da suore e la sera del 14 un’altra travestita da frate. E le guardie e i carabinieri guardavano e passavano». Oltre al costume indossato, il giornale si lamenta del fatto che le persone gironzolano a loro piacere tutta la notte. «Vi è serietà – si domanda – nel dare gli ordini senza farli osservare?». Proprio per l’impossibilità di effettuare controlli, queste «convulsioni del volgo, sfocianti in un’orgja carnevalesca» si ripetono in continuazione. Ogni anno le stesse scene e le stesse proteste. Nel carnevale del 1908, tanto per proseguire su questo tracciato, il periodico della diocesi segnala la presenza, lungo il Corso d’Augusto, di «mascalzoni camuffati sordidamente da ecclesiastici, che si divertono a scherzare oscenamente e scandalosamente con delle megere degne di loro» (L’Ausa, 7 marzo 1908). Chiudiamo il brano con un aneddoto avvenuto a Riccione durante il Carnevale del 1892: un episodio curioso, che sinceramente non sappiamo come classificarlo, se rispettoso di un corretto buonumore o tanto sfrontato da mescolare il diavolo e l’acqua santa. Al lettore la risposta. «Domenica 28 febbraio – leggiamo su Italia del 5 marzo – un fiacre tirato da quattro marinai e preceduto da uno che suonava l’armonium, portava alla chiesa parrocchiale un bambino da battezzare col rispettivo padre e coi non meno rispettivi padrini. Era una festa battesimale. Quegli operosi borghigiani hanno riso di cuore». Riso di cuore? Si tenga presente che la notizia ci viene comunicata da un giornale liberale, poco incline alla sottana nera.

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