Ignazio Visco: “L’attualità di Dante nell’economia”

Pubblichiamo la parte conclusiva dell’intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco a Ravenna l’11 settembre scorso nell’ambito del Festival Dante 2021, dal titolo “Note sull’economia di Dante e su vicende dei nostri tempi”

Dante si chiese ripetutamente cosa fare per contrastare le diverse forme di instabilità, in un modo o nell’altro causate dalla cupidigia dei mortali, e destinate a minare il bene comune e il conseguimento della felicità. Come ho ricordato, la soluzione individuata nel Convivio e nel De Monarchia – dopo le incertezze degli anni della sua avventura politica, manifeste nella successione delle sue canzoni dottrinali (dal elativo ottimismo di Le dolci rime alla sconsolata riflessione di Doglia mi reca, passando per la pedagogia di Poscia ch’amor) – è quella di affidarsi a un Monarca universale, il reggitore dell’Impero: «conviene … essere Monarchia, cioè un solo principato, e uno principe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possedendo, li regi tegna contenti ne li termini dei regni, sì che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s’amino, in quest’amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l’uomo viva felicemente; che è quello per che esso è nato» (Convivio, IV, 4).

Se è evidente il richiamo alla Politica di Aristotele, Dante tratteggia una possibile soluzione, originale e concreta, valida ora e subito nel periodo storico del suo esilio (come sappiamo dalle tre epistole rivolte all’imperatore Arrigo VII) e del tutto aliena dall’appello a una provvidenza ultraterrena, ancorché rispettosa del ruolo spirituale proprio dell’autorità religiosa. Come è stato recentemente osservato, “la riflessione dantesca va ben al di là dello sterile rimpianto di maniera per un passato tanto idealizzato quanto irrecuperabile”, non essendo l’Impero “la riproposizione arbitraria di un potere assoluto sciolto da ogni obbligo” ma l’autorità, al di sopra delle parti, che si identifica con il diritto stesso.

Certo, oggi non si può che concordare con chi sottolinea “il carattere utopistico della Monarchia di Dante, e più in generale del suo pensiero politico” come risulta della lettera dei suoi scritti. Non solo la figura del “veltro” è storicamente datata ma, anche se è evidente la separazione tra il potere religioso del Papa e il potere politico dell’autorità imperiale, è poco comprensibile la relazione tra quest’ultima e l’autorità “filosofica” che nel Convivio viene posta a guidarne la condotta per evitare difetti di governo. E certamente ben altro spessore assumerà la proposta, pochi anni dopo, di un professionista della scienza politica quale Marsilio da Padova, per il quale uno Stato “è tale solo se gli individui che lo compongono partecipano tutti assieme, ciascuno secondo le proprie competenza e possibilità, al suo costante progresso” In fondo è questo il significato che possiamo attribuire alla natura di “animale compagnevole” (o sociale) messa in rilievo da Aristotele e richiamata da Dante nel Convivio. Pure, muovendo dalla tesi che “il progetto politico dantesco fu, nella coscienza del suo autore, tutt’altro che il sogno utopistico di un visionario, ma una proposta operativa ordinata a risultati concreti” c’è chi ricorda che la riflessione dantesca deriva “dall’osservazione diretta delle violente trasformazioni che sconvolgevano l’età sua aprendo la strada a un mondo futuro che, pur essendo ancora indecifrabile, si intuiva gravido di minacce quanto di opportunita”.

Il sentiero impervio

A questo proposito mi pare utile sottolineare che la forza innovativa dell’analisi di Dante, anche rispetto alla più coerente riflessione di Marsilio, sta nel rilevare la natura globale dell’instabilità, da lui direttamente osservata e magistralmente descritta nei versi della Commedia, e la necessità quindi di un mutamento istituzionale adatto a farvi fronte. Ai giorni nostri la crisi finanziaria del primo decennio di questo secolo, quella dei debiti sovrani nell’area dell’euro del secondo decennio, quella che deriva dalla pandemia di Covid-19 che stiamo ancora affrontando hanno una caratteristica comune: la necessità di una risposta sovranazionale. Non possiamo quindi che procedere lungo il sentiero difficile, a volte impervio ma unico, della cooperazione internazionale, un punto messo in luce all’indomani del primo conflitto mondiale da un notevole articolo di Padre Mariano Cordovani che si richiama al De Monarchia di Dante per avanzare sue riflessioni sulla neonata Società delle Nazioni.

Le banche e l’emergenza Covid

Con riferimento alla crisi finanziaria globale possiamo concludere che le risposte di riforma del quadro regolamentare – con l’introduzione di misure volte a tenere sotto controllo fonti tradizionali di rischio per le banche che, se non controllate, possono avere gravi conseguenze sulla stabilità del sistema finanziario e dell’economia – sono state effettivamente di natura globale. Come ho ricordato, il controllo di quelli che sono i rischi principali dell’attività bancaria, rischi quali l’eccessiva crescita del credito e della leva finanziaria, il mismatch di liquidità, l’accentuata trasformazione delle scadenze, le frodi e i comportamenti illeciti degli intermediari, è stato fortemente rafforzato dai provvedimenti regolamentari approvati dal Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria, sotto l’impulso politico del Gruppo dei Venti (G20) e l’azione tecnica del Consiglio per la stabilità finanziaria.

La validità delle misure introdotte ha trovato conferma nella buona performance, a livello globale, delle banche nel sostegno dell’economia di fronte all’emergenza pandemica. Ma nel decennio che ha fatto seguito alla crisi del 2008 lo sviluppo del sistema finanziario ha soprattutto riflesso la crescita dell’intermediazione non bancaria: le attività finanziarie detenute dalle società che operano in questo settore ha quasi raggiunto la metà del totale. La crescita della finanza di mercato è stata trainata da fattori sia strutturali (progresso tecnico e digitalizzazione) sia congiunturali (riduzione dei tassi d’interesse e domanda di liquidità). Se alcuni di questi fattori possono rendere il sistema finanziario più diversificato, efficiente e resiliente a shock avversi, non sono pochi i rischi, tradizionali e nuovi, connessi alla natura stessa dell’innovazione tecnologica (dal ruolo dell’automazione nell’amplificare gli effetti di vendite generalizzate a fenomeni di instabilità, anche a fronte di tentativi di frode, che la digitalizzazione dell’economia possono accentuare).

Carenze del quadro regolamentare e del sistema di supervisione sulla finanza di mercato hanno giocato un ruolo, ad esempio, in alcuni recenti episodi di fallimento di intermediari non bancari (da Wirecard ad Archegos, da Greensill a Huarong). Inoltre, come abbiamo sperimentato nel marzo dello scorso anno, i fattori di vulnerabilità strutturale giocano ormai un ruolo importante nell’amplificazione degli shock e nell’aumento della prociclicità del sistema. Di tali questioni si occupa ora in modo intenso il Consiglio di Stabilità Finanziaria che, sotto la guida e il supporto del G20, quest’anno a presidenza italiana, ha elaborato un articolato programma di lavoro; ma la sfida per ridurre i rischi di instabilità che possono essere generati dalla “nuova” finanza resta elevata, tanto più che la necessità di risposte globali riguarda a volte le ripercussioni internazionali di istituti e fenomeni caratteristici di specifiche giurisdizioni.

A conclusione di questo non breve excursus sull’epoca e sulle (possibili) idee “politico-economiche” di Dante mi pare che convenga almeno ricordare l’imprudenza nella quale rischiamo di incorrere “leggendo la storia con gli occhiali delle categorie politiche e socio-economiche odierne. Il rischio principale è che si finisca per rinvenire nelle opere di cui siamo stati eredi così fortunati ciò di cui ciascuno di noi è già in qualche modo convinto. Mi sembra tuttavia non azzardato sottolineare quanto siano ricchi gli spunti che i tentativi di lettura organica dell’evoluzione e della cristallizzazione del pensiero dantesco di cui ho qui provato a tenere conto possano offrirci ancora oggi, nella consapevolezza dei limiti e dei rischi di questi esercizi.

Cupidigia ed equità distributiva

Dante ci ricorda che «la necessità de l’umana civilitade … a uno fine è ordinata, cioè a vita felice; a la quale nullo per sé è sufficiente a venire senza l’aiutorio d’alcuni, con ciò sia cosa che l’uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non può. E però dice lo filosofo che l’uomo è compagnevole animale» (Convivio, IV, 1). Come raggiungere la felicità non è ovvio, ma le imperfezioni e i limiti che derivano dalla cupidigia rischiano di compromettere, diremmo oggi, l’efficiente allocazione delle risorse e la stabilità dell’equilibrio monetario, con effetti ingiusti anche sul piano dell’equità distributiva. Vi è quindi necessità di un intervento esterno, riequilibratore e stabilizzatore, con uno sguardo esteso oltre i confini nazionali.

Molti secoli dopo anche il più grande economista del Novecento si espresse con forza contro il principio, o “mito”, della “mano invisibile” e delle degenerazioni di un capitalismo instabile e diseguale. Ritenendo impossibile fare a meno del contributo positivo di un’economia di mercato, John Maynard Keynes considerava pero essenziale che essa non fosse lasciata in balia di sé stessa; non ne condivideva, comunque, i valori di fondo, in particolare l’amore per il possesso del denaro – da non confondersi con l’amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, in questo quindi ben vicino a quanto possiamo capire del pensiero di Dante. Forse più realista di Dante (o semplicemente sulla base dell’esperienza accumulata proprio a partire dall’epoca di Dante), scrivendo negli anni Trenta Keynes riteneva però che finché non si fosse risolto definitivamente, anche grazie all’innovazione tecnologica, il nostro “problema economico” (soluzione con un certo ottimismo attesa a distanza di un centinaio di anni), non avremmo potuto fare altro che continuare “a fingere con noi stessi che il bene è male e il male è bene”, come suggerito dalle streghe del Macbeth (“fair is foul and foul is fair”), la straordinaria tragedia scritta da William Shakespeare, l’altro grande vate del secondo millennio.

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