Ictus, ricoveri in calo grazie alla prevenzione

«L’incidenza dei ricoveri per ictus nella popolazione anziana sta progressivamente diminuendo negli anni grazie all’efficacia della prevenzione primaria, – spiega il dottor Marco Longoni, direttore della neurologia e stroke unit degli Ospedali “G.B. Morgagni L. Pierantoni” di Forlì e “Bufalini” di Cesena e direttore pro tempore di quella dell’ospedale di Rimini – mentre rimane stabile, seppur con minor incidenza, nella fascia di età 40-60, dal momento che i meccanismi patogenetici dell’ictus giovanile sono generalmente diversi e di conseguenza risentono meno dell’effetto delle terapie di prevenzione.

L’ictus è la principale patologia vascolare che colpisce il cervello, e comporta la perdita di una o più funzioni cerebrali come forza, equilibrio, sensibilità, linguaggio e vista. È causato dalla mancanza di ossigeno e glucosio in una zona del cervello per interruzione della vascolarizzazione. Rappresenta la terza causa di morte, la seconda causa di decadimento cognitivo e la prima causa di invalidità. Ha un fortissimo impatto sulla vita del paziente e dei familiari, causando spesso l’insorgenza di disturbi d’ansia e depressione post ictus».

Esistono due tipologie di ictus: «l’ictus ischemico che è dovuto alla chiusura di un’arteria intracranica e che si manifesta nel 80% dei casi e l’ictus emorragico che si manifesta nel restante 20% dei casi ed è dovuto alla rottura di un vaso intracranico, con conseguente stravaso di sangue ed emorragia. Di questi, l’ictus emorragico o emorragia cerebrale è gravato da una prognosi peggiore».

L’ictus colpisce inaspettatamente: «Come dice la parola stessa, è un colpo improvviso che arriva da un momento all’altro. Ci sono degli indicatori che evidenziano se il soggetto è a rischio: uno di questi campanelli d’allarme è l’attacco ischemico transitorio (TIA). Si tratta di una transitoria mancanza di sangue a livello cerebrale, come un piccolo ictus o una sorta di “prova generale” prima dell’evento maggiore. Differisce dall’ictus suddetto per la durata dei sintomi, che regrediscono spontaneamente in genere dopo un’ora dalla comparsa. È importante sapere che il meccanismo alla base è lo stesso e proprio per questo non va sottovalutato. Si stima che circa nel 30% dei casi al TIA seguirà un ictus».

L’ictus condivide fattori di rischio con altre patologie: «Proprio come nelle patologie cardiologiche, la pressione arteriosa, il diabete, il colesterolo, la sedentarietà e alcuni disturbi del sonno come le apnee notturne, livelli alti di acido urico e in generale alti livelli di infiammazione o segni pregressi di vasculopatia (infarto, problematiche circolatorie alla gambe e placche alla carotide) sono importanti fattori».

Esiste una predisposizione genetica: «Nei soggetti che hanno in famiglia parenti di primo grado che hanno avuto un ictus, o che sono affetti da malattie cardiovascolari, il rischio è leggermente più alto».

I sintomi dell’ictus non sono sempre evidenti: «Solo una persona su cinque sviluppa mal di testa mentre è in atto un ictus. Sintomi manifesti sono la deviazione della rima orale: la classica “bocca storta”, la perdita di forza da una parte del corpo e il disturbo della parola».

Negli ultimi 10 anni ci sono stati molti miglioramenti, non solo della prevenzione, ma anche nei trattamenti: «Le terapie, soprattutto quelle utilizzate in fase acuta, sono diventate più efficaci, riusciamo a garantire il 60-70% delle guarigioni pressoché complete. È indispensabile, però, la tempestività dell’intervento. La terapia farmacologica deve essere somministrata entro le 9 ore, mentre il coagulo che sta chiudendo il vaso deve essere rimosso entro 24 ore. Purtroppo non ci sono ancora farmaci efficaci nella cura delle emorragie cerebrali, solo in casi selezionati i pazienti possono essere sottoposti a un intervento neurochirurgico che risulta efficace nel migliorare la sopravvivenza dei pazienti ma non il grado di disabilità. Altra terapia fondamentale nella cura dell’ictus è quella riabilitativa. L’approccio al paziente con ictus è diventato sempre più multidisciplinare garantendo una maggior efficienza ed efficacia nella cura».

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