I vini di Modigliana, figli di un mare antico

La storia “che c’è dietro” alla fine è sempre quella che conta. Perché più del marketing convincono l’autenticità e la sostanza di chi ci mette il proprio lavoro e la propria faccia. I produttori di Sangiovese di Modigliana lo hanno fatto, sono partiti dalla loro terra, da quelle vigne strappate ai boschi e alle pendenze, cresciute su quelle che oggi sono rocce ma un tempo erano sabbia di un mare antichissimo. Poi certo hanno saputo fare gruppo, si sono fatti ben consigliare da uno che è nato winewriter e poi è diventato winemaker, uno di loro, Giorgio Melandri che ogni anno continua ad aggiungere una tessera al mosaico di questo racconto enologico che in tre anni appena ha già fatto molto parlare di sé. E lo farà ancora questo week end, dal 7 al 9, con assaggi, cene esclusive, ospiti importanti della critica enologica, degustazioni guidate, anteprime nei calici, e un saggio di storia che si intreccia alla vite che è stato interessante ascoltare e che valeva la pena di mettere nero su bianco.

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La squadra e la terra
Intanto chi sono. La compagine dei vignaioli modiglianesi che si mette in gioco è storica, ma non statica. Se ne è infatti aggiunto uno nuovo e ora questa è la squadra, eterogenea e senza preconcetti: la cooperativa Agrintesa, la giovane Balia di Zola, Casetta dei Frati, la storica Castelluccio, la “confinante” Fondo San Giuseppe (che è anche la new entry), Lu.Va., il progetto Mutiliana, il poliedrico Il Pratello, l’entusiasta Il Teatro, Torre San Martino, la consolidata e “famigliare” Villa Papiano. In sostanza, questi undici nomi del vino hanno saputo mettere in valore quello che ancora molti produttori di Sangiovese in Romagna, perché di Sangiovese parliamo, guardano con diffidenza, la menzione geografica prevista dal disciplinare rinnovato qualche anno fa. «Si è messo da parte un racconto di marchio, che è quello che in Romagna tutti hanno sempre fatto, e si è anteposto il territorio – spiega Giorgio Melandri –. È una narrazione che si smarca dal resto della Romagna, certo agevolata da un territorio che ha delle peculiarità davvero particolari. Legate alle caratteristiche geologiche dei terreni e alla sua storia. Un mio amico toscano dice che Modigliana è come l’ “Etna” per la Sicilia, dunque è più facile da raccontare, proprio per la sua peculiarità. Arrivare quassù è un’esperienza fondamentale, si tocca con mano la diversità dei suoli e si camminano vigne immerse nei boschi. Lo stile dei vini, fine ed elegante, è figlio di un ambiente unico, lontanissimo dalle colline di argille che guardano la via Emilia. Siamo Romagna, ma siamo diversi. Su questa diversità abbiamo costruito un racconto nuovo, finalmente territoriale. È una rivoluzione per la Romagna». Ma il fatto è che il racconto deve avere innanzitutto una credibilità, non ammette l’artefatto, come in fondo accade per il vino. Il racconto comunque è da cercare, e una volta trovato si deve scavare, approfondire, fare proprio, e poi bisogna saperlo raccontare, ancora una volta in un modo possibilmente nuovo. Giorgio Melandri questo lo sa fare e dopo aver raccontato già del “mare antico” modiglianese, delle sabbie divenute arenarie e delle marne, si è chiesto anche come ci fosse arrivata fin lassù la vite, là dove i filari fruttificano mediamente dai 400 metri in su. La risposta è arrivata, il racconto è in fieri.
I monaci e la vigna
Ragionando di Sangiovese, si è fatta così strada, passando anche da Modigliana, l’ipotesi che a diffondere il sangiovese tra Romagna e Toscana fossero stati nel Medio Evo i monaci Vallombrosiani. Francesco Salvestrini, medievista dell’Università di Firenze, ne aveva parlato diffusamente lo scorso anno proprio in occasione della seconda edizione di “Stella dell’Appennino” e quell’intervento è diventato parte integrante del catalogo di questa nuova edizione. Spiega Salvestrini che quei monaci dotati di biblioteche, quindi di testi di agronomia e dunque di conoscenza, padroni di una lingua condivisa come il latino e forti di una rete di monasteri (fra l’Alto Mugello e la Romagna faentina, dunque anche Modigliana, le abbazie erano cinque), proprietari di terre da coltivare, potrebbero essere stati coloro che, avendo poi bisogno del vino anche per le funzioni religiose, si sono portati appresso le uve rosse in questione, facendole poi circolare fra i due versanti appenninici dove la diffusione di questo vitigno è di fatto avvenuta effettivamente in contemporanea. Suggestivo, da approfondire con una ricerca storico -scientifica accurata che “Stella dell’Appennino” ora si augura di poter completare. «È un lavoro di livello altissimo quello portato avanti dalla nostra associazione, mai affrontato in questo modo in regione. Modigliana ha costruito un racconto nuovo, fortemente territoriale, che parte dai valori dell’identità e propone una qualità senza compromessi, un racconto che ci sta regalando tante soddisfazioni» aggiunge Renzo Maria Morresi, presidente dell’associazione culturale “Modigliana, stella dell’Appennino”.
Il mare antico a tavola
La formula dell’evento “Stella dell’Appennino” che in questi tre giorni si dipanerà fra le case di sasso antiche di Modigliana, i palazzi nobiliari, le piazze e le vigne di altura, prevede anche una cena evento che a sua volta si trasformerà in un racconto. L’appuntamento è alle 20 di sabato al Mercato coperto, la cena si intitola “Appennino , mare antico” e si capisce già da dove si parte e dove si vuole arrivare, sempre da quelle sabbie fino alle arenarie. Lo chef chiamato a condurla è Cristiano Tomei cuoco autodidatta, diplomato all’Istituto Nautico, si è formato aiutando nei pranzi di famiglia a base di arselle della sabbia di Viareggio e asparagi selvatici delle colline tra Lucca e il mare, viaggiando con gli amici surfisti ma lasciandoli poi tra le onde per andare esplorare i mercati, le bettole e i ristoranti gourmet dei Paesi Baschi, Cuba, Perù, Madagascar e India. Tomei ama presentare personalmente i suoi piatti agli ospiti dell’ “Imbuto” dove cucina. «Qui gusti, consistenze, abbinamenti, calici e conversazione diventano una cosa sola, stimolando la curiosità e accendendo il divertimento sia per chi sta seduto a tavola che per chi sta in piedi a servirlo – lo descrivono gli organizzatori – usa ogni tecnica in cucina: dalla marinatura del tuorlo nell’acqua dei pelati, all’ostensione del piccione appeso per ore sopra una piastra calda; dalla cottura delle radici sotto sale, all’infusione a freddo di terra e acqua come base per una zuppa». Ha aperto il suo primo ristorante a 27 anni direttamente in spiaggia per poi trasferirlo nel centro di Viareggio e infine a Lucca, dove oggi dirige un’affiatata brigata di cinque persone più gli stagisti di turno, e dove ha guadagnato la sua prima stella Michelin nel 2014. Attesissima anche la degustazione del critico del vino Walter Speller intitolata “Inedita montagna. Originalità, purezza e trasparenza per interpretare i terroir alti d’Italia” in programma per la mattinata di domenica alle 11.

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