I vigneti come antidoto al dissesto idrogeologico

Il dissesto idrogeologico rappresenta un tema strategico per l’Italia. Il nostro Paese è uno di quelli che soffre maggiormente per i fenomeni franosi. Il costante incremento delle aree urbanizzate a partire dal secondo dopoguerra, spesso privo di una corretta pianificazione, ha esposto il territorio a smottamenti e alluvioni. Le superfici artificiali sono passate da circa il 2,7% negli anni ’50 al quasi 8% del 2017 e l’abbandono massiccio delle aree rurali montane e collinari ha fatto il resto.

Il contrasto al dissesto idrogeologico è uno dei grandi obiettivi individuati dal Recovery Plan italiano con 2 miliardi e mezzo “per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico” e 6 miliardi per “interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei Comuni”. La consapevolezza del problema è oggi maggiore tra tutti gli attori che operano nel settore agricolo. E anche il vitinicolo sta lavorando per mettere in campo buone pratiche.

«Nel 2012 era a rischio il 79% dei Comuni. Oggi il problema riguarda il 91% dei Comuni» spiega l’ex ministro Corrado Clini che questi temi segue da anni. «Frane e alluvioni sono l’effetto più evidente degli eventi climatici estremi che sono aumentati negli anni in frequenza e intensità, mettendo a dura prova un territorio molto vulnerabile con infrastrutture di protezione e drenaggio che risalgono a età climatiche con regimi di pioggia diversi. L’abbandono di gran parte dell’Appennino e la scarsa manutenzione dei corsi d’acqua e dei boschi hanno accelerato il degrado. Ci sono casi che possono rappresentare un modello replicabile per recuperare territori fragili, sfruttando anche i fondi del Pnrr. Ma bisogna presentare i progetti e farlo in maniera credibile».

Nel settore vitinicolo la sensibilità è aumentata negli anni. Dai vigneti che si arrampicano sui terrazzamenti delle Cinque Terre a quelli delle Colline del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, con pendenze fortissime, i casi di impianti che hanno consentito di frenare gli effetti del dissesto sono molti. Lo stesso è avvenuto nell’Oltrepò Pavese.

Matteo Benozzo, docente di Diritto Ambientale a Macerata e founding partner di B Società tra Avvocati, vede all’orizzonte «una stagione di rilancio di quel protagonismo agricolo e vitivinicolo nel presidio dei territori e nella lotta al deperimento delle risorse naturali che anni di politiche agricole comunitarie hanno già lentamente tratteggiato e poi stimolato, disegnando e incentivando pratiche eco-compatibili e sostenibili e impegni ambientali che solo l’agricoltura è in grado di offrire». Si è mossa anche la Regione Emilia Romagna, approvando le disposizioni in merito al riconoscimento dei vigneti eroici e/o storici, quelli situati nelle aree impervie che garantiscono una coltivazione prevalentemente manuale e tradizionale. L’obiettivo? Promuovere il recupero e la salvaguardia di vigneti per prevenire il rischio di dissesto idrogeologico.

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