I tempi saranno pure cambiati, ma in A2 se sbagli gli americani sono guai

E’ tornato il Campionato, quello con la C maiuscola, si rivede finalmente il pubblico dentro i palasport e si ricomincia a parlare di pallacanestro. Non di positivi, bolle e tamponi. E fra i vari spunti prettamente cestistici che ha dato l’ultimo turno di A2, spiccano le dichiarazioni di coach Sandro Dell’Agnello al termine della cavalcata vincente della sua Unieuro Forlì su Fabriano: “Carroll? Non mi importa se ha tirato poco nella ripresa, ormai parlare di italiani e americani è disquisire del basket dei tempi in cui giocavo io. La nostra fortuna è non dipendere dagli stranieri, ma da tutta la squadra che può avere protagonisti sempre diversi”.

Mai scontato e allineato, l’allenatore livornese mette al centro uno dei temi più cari agli amanti della palla a spicchi. “Ma quanto contano davvero gli americani?” Premessa, di questo se ne potrebbe parlare all’infinito, senza venirne a capo, ed è curioso sottolineare come proprio Dell’Agnello, citando “i tempi in cui giocavo io”, abbia vinto uno scudetto a Caserta con una squadra fortissima negli stranieri (Tellis Frank e Charles Schakleford, ma strapiena di talento italiano grazie a Nando Gentile e Vincenzo Esposito (già quel basket aveva modelli differenti). Insomma, anni ’80, ’90 o qualsiasi era geologica del basket si parli, poco importa: l’argomento è sempre valido.

Sull’altro fronte, vedi OraSì Ravenna, è toccato a Daniele Cinciarini portare involontariamente il proprio contributo alla discussione, dichiarando al Corriere Romagna: “La società ha fatto due ottime scelte per quanto riguarda gli americani, che non vanno mai sbagliati. Tilghman e Sullivan non sono egoisti e si sono messi a disposizione del gruppo. Su questo pesa il fatto che non siano rookie del basket europeo e si sono perfettamente inseriti nell’ossatura degli italiani”.

Sintesi perfetta quella del “Cincia”, a nostro modo di vedere. Vero che chi lotta per vincere il campionato non può avere “il nulla” dietro agli stranieri, ma gli americani non si possono sbagliare. Punto. E all’interno di questa semplice considerazione sta la loro centralità anche a livello tecnico: quando spendi soldi nei due visti a disposizione, il “cagnaccio”, difensore e rimbalzista ci può anche stare, però se fa canestro, come lascia intuire del resto il nome del gioco al centro della discussione, è pure meglio. Anzi, molto meglio. Ravenna l’anno scorso, dopo una lunga tradizione positiva, gli americani li sbagliò e la sua stagione prese subito una direzione abbastanza storta, e Forlì, causa il “tradimento” di Roderick nei playoff e l’infortunio di Rush, ha dovuto rinunciare troppo presto alle proprie legittime ambizioni. I tabellini domenicali dell’A2 confermano un po’ ovunque la centralità offensiva degli americani, basti vedere ad esempio quello che stanno facendo le matricole Nardò e Chiusi, affidatesi a stranieri da ventello quasi assicurato. Ognuno, insomma, la può pensare a modo suo, ma siamo convinti che se Carroll (tanto per rimanere in Romagna) comincerà a marciare a quei 17-18 punti di media che gli competono, l’Unieuro potrà averne solo dei grossi vantaggi. Perchè, riadattando l’adagio “l’attacco fa vendere i biglietti, la difesa fa vincere le partite”, ci viene da dire che “i punti degli americani fanno vincere le partite e fanno vendere i biglietti”.

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