«Nessuna ansia ormai per la riapertura dei teatri: la prospettiva più rosea sarebbe che avvenisse a marzo, ma se anche fosse a ottobre, noi continuiamo a lavorare». Stefano Naldi, regista e direttore del forlivese Teatro delle Forchette appare propositivo, in una situazione che vede il mondo dello spettacolo dal vivo fermo da quasi un anno.

«Infatti ci stiamo dedicando a un paio di nostre produzioni – riprende – mentre le stagioni che gestiamo, a Predappio e a Dovadola, sono pronte, gli artisti attendono, e il pubblico chiede… Il grosso del problema della riapertura in fondo lo avevamo già affrontato in ottobre, calcolando i distanziamenti e riducendo le sedute a una novantina di posti… ma paradossalmente teatri di non grande capienza hanno meno problemi delle strutture da grandi numeri, quasi “costrette” allo streaming. Noi lo escludiamo: potremmo avere lavori pronti per questa modalità, ma per le Forchette il teatro è relazione con lo spettatore sull’immediato. Anche per quanto riguarda la formazione con i ragazzi non tutto, a nostro parere, si può fare online… Ma ci stiamo reinventando, e con creatività e ottimismo, ne usciremo».

Nessuna delle realtà teatrali forlivesi di fatto è rimasta con le mani in mano.

«Abbiamo continuato ad avere una vita con le Residenze d’artista degli scorsi mesi – racconta Lorenzo Bazzocchi, direttore artistico e regista di Masque Teatro –. Certo, manca la normalità della relazione e della vicinanza, e si resta attoniti di fronte a questa catastrofe, e con l’impulso di tentare strade più alte possibili per evitare la trasmissione del virus. I teatri sembrerebbero luoghi abbastanza sicuri, ma non mi sento di fare le battaglie di certi colleghi, per esempio contro i ristoranti o i bar aperti: ci vuole generosità, e la consapevolezza del pericolo di fronte a tante persone note o care da mesi in lotta contro la malattia. Non nascondo che a volte viene addirittura da interrogarsi sul senso stesso del produrre, anche se stiamo pensando a una “miniserie” che racconti il modo di procedere all’interno del teatro, o a mettere a disposizione materiali che normalmente lo spettatore non vede. Certo, lo streaming per il teatro fatica a creare la relazione, che è importante per il pubblico ma anche per noi. In questa situazione però si rischia l’isolamento mentale, che non possiamo permetterci, quindi occorre andare avanti, inventare, lottare per capire. La creazione è sempre avvenuta nella non normalità, ma l’aleggiare di questa incertezza, di questa nebbia invisibile pare davvero un muro… Ecco che allora si rivelano indispensabili lo studio, la ricerca e la capacità, quasi l’obbligo, di tornare noi stessi tramite la cura di noi: anche se, diversamente da quanto accadde dopo la guerra, di fronte abbiamo la prospettiva non tanto di un mondo rigenerato, ma di un paesaggio malato, di una guarigione amputata».

Dallo spettacolo di ricerca a quello dei grandi pubblici: pur nell’insicurezza del periodo, la gente a teatro vuole tornare. Le persone telefonano, inviano mail e firmano anche petizioni perché sia di nuovo possibile accedere a quel “rito collettivo” che da quasi tremila anni dà coesione alle comunità. «Non c’è dubbio: il teatro manca moltissimo, perché per tanti è una tradizione ma anche un modo di vivere – dice Claudio Casadio, che da tanti anni calca i palcoscenici in Italia e in Europa –. Poi, occorreranno cambiamenti: io vengo dalla fiaba, da un teatro di immaginazione, che fa balzare sulla sedia e fa sognare. Ecco, dopo questo trauma avremo bisogno di storie che facciano leva sulla magia e sul sogno, con la “fascinazione” della poesia: il teatro potrà farlo, anche in misura maggiore rispetto ad altre arti, facendo ricorso al sapere che ha. Ci vorrà un po’ di tempo, ma i pubblici dei tanti tipi di teatro che tutti noi mettiamo in scena, torneranno…: perché il teatro ha bisogno del pubblico, ma il pubblico ha bisogno del teatro!». M.T.I.

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