I Pronto Soccorso sempre in affanno: no al “medico a gettone”

«Per tappare le carenze di personale nei pronto soccorso la soluzione non può essere quella di affidarsi a cooperative e privati». Andrea Fabbri, primario del pronto soccorso dell’ospedale Morgagni-Pierantoni, interviene in qualità di rappresentante del Simeu (Società italiana della medicina di emergenza-urgenza), sull’utilizzo di medici a gettone nei reparti di urgenza per supplire alla carenza di personale

«Come Simeu abbiamo avuto segnalazioni da più regione d’Italia di questo tipo di intervento, visto come la risposta a uno stato di necessità – spiega Fabbri – ma ci sono problemi che ci fanno dire che questa non sia una strada percorribile. Le cooperative coprono i turni a prezzi consistenti, anche 100 euro lordi all’ora, moltiplicato per le ore che si fanno e i giorni che si lavora in un mese, e il medico può scegliere dando la sua disponibilità, il professionista può arrivare a mettere insieme un bello stipendio e conosciamo molti colleghi che si sono licenziati per seguire quella strada. Il problema è il servizio che si offre ai cittadini, perchè in un settore specialistico come il Pronto soccorso potrebbe essere impiegato personale che non ha esperienza. Questo i cittadini lo devono sapere. Se io fossi il direttore di un Pronto soccorso non accetterei di avere medici che non hanno mai lavorato in un settore specialistico come le urgenze. Secondo noi della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza esistono altre soluzioni compatibili con il sistema sanitario pubblico. La sensazione è che si voglia delegare al privato quello che non si riesce a fare a livello pubblico».

Le possibili soluzioni?

«Abbiamo incontrato la conferenza Stato-Regioni, abbiamo contatti con il governo. Il percorso istituzionale per cambiare le cose è lungo, ma non si può restare con le mani in mano: serve un aiuto a livello organizzativo per gli ospedali se non ci sono medici per i bandi perchè non si trovano. Durante il Covid era stato fatto un provvedimento straordinario per gli Usca, credo che si debba fare la stessa cosa adesso per questa emergenza. Per facilitare le assunzioni o utilizzare specializzandi di medicina d’urgenza anche dei primi anni, ridefinendo il percorso di studi»

La situazione del Pronto soccorso di Forlì si allinea con quella di altre realtà.

«Rispetto all’allarme di qualche mese fa la situazione non è cambiata dice Fabbri -. Siamo sull’orlo del baratro. Ho 21 medici su 34 a regime, il sistema regge grazie al cuore e all’impegno dei sanitari. Tre persone sono andate in pensione e due hanno accettato di darci una mano, ma fino alla fine dell’anno. Una situazione di emergenza deve avere un limite. Come Simeu abbiamo fatto un’inchiesta su 167 ospedali e come risposta abbiamo visto che il 30% dei medici vorrebbe andare via. D’altra parte chi vorrebbe lavorare con sette notti di turni al mese, tutti i fine settimana in servizio, senza poter programmare corsi, formazione, ferie? Una situazione così è chiaro che si ripercuote anche sull’attività del Pronto soccorso. Non possiamo non visitare le persone che si presentano, ma le lunghe attese, per chi non è in situazione di emergenza, non solo è possibile, ma addirittura probabile. La gente deve sapere la situazione di difficoltà che tutti i pronto soccorso stanno affrontando e cercare di darci una mano e non attaccarci. Capiamo che chi è al pronto soccorso voglia essere visitato e se deve aspettare a lungo se la prenda con chi si trova davanti, ma deve sapere che è possibile che ci sia sempre qualcuno più grave di lui».

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