Continua la programmazione del festival “InVerso” con la serata off allo Sferisterio, a ingresso gratuito.

È in questo ambito che, stasera alle 21, arriva a Santarcangelo Rote Zora (nome d’arte di Elisa Fosforino, storica e critica d’arte) che per la prima volta ha raccolto in un libro la storia e la vita della Mutoid Waste Company. Compagnia nata nella Londra thatcheriana 30 anni fa, che nella città slow, dove venne invitata al festival del teatro nel 1990, ha trovato casa, seppur pratichi il nomadismo, creando il villaggio di Mutonia che ha ottenuto il riconoscimento istituzionale della Soprintendenza ai beni culturali quale sito di interesse artistico e dove il gruppo svolge attività dedicata all’arte del riuso e del riciclo realizzando sculture e installazioni. Del resto lo recita il loro nome, waste significa appunto rifiuto.

“Mutate or die. In viaggio con la Mutoid Waste Company” è il titolo della pubblicazione, uscita con la casa editrice indipendente Agenzia X di Milano, che è anche un racconto fotografico con immagini d’archivio che i componenti hanno messo a disposizione dell’autrice. Foto che saranno proiettate durante la presentazione a cui prenderanno parte alcuni della decina di abitanti di Mutonia e la sindaca di Santarcangelo Alice Parma.

A seguire sarà proiettato il docufilm di Uli Happe “Declassified The Mutoid Waste Files”. Del libro abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata la decisione di realizzare una pubblicazione sui Mutoid?

«Da una passione personale nata 15 anni fa quando sono venuta a contatto con loro in un centro sociale milanese. Il mio è stato amore a prima vista. Da allora ho iniziato a inseguirli ma non era facile. Poi grazie al passaparola sono riuscita a trovarli e ho iniziato uno studio approfondito in parte confluito in un capitolo della tesi di laurea sull’arte post umana e la mutazione. Ho poi continuato a raccogliere materiali ma non c’erano testi e per sopperire ho contattato i diretti interessati e iniziato a raccogliere le loro testimonianze dirette. Così dalla ricerca sul campo è nato uno studio più strutturato con cui mi sono presentata all’editore. Rispetto alla tesi, che aveva una impostazione filosofica, il libro è diverso, è più romanzato ed è un racconto corale basato sulle voci degli interessati, dai primi Mutoid a quelli di oggi».

Ma li ha ritrovati tutti?

«Sì, quelli viventi sì ed è stato molto bello. Tutti sono stati molto disponibili. Alcuni li ho raggiunti nei vari paesi, altri più lontani, in Nuova Zelanda, negli Usa, li ho raggiunti con le video chiamate. Ho poi tradotto le chiacchierate e le ho sistemate per renderle calzanti per il racconto che intendevo fare».

Ha raggiunto anche Lucy, una delle fondatrici storiche?

«No, purtroppo Lucy è venuta a mancare nel dicembre 2009 a causa di un cancro. Il libro è in qualche modo un omaggio a lei anche perché contiene il suo manoscritto sulla costruzione del grande robot meccanico sul quale voleva realizzare una pubblicazione. Purtroppo non è l’unica perché anche Ivan non c’è più, inghiottito da un incendio nella metropolitana di Londra dove si era unito ai soccorritori».

Come tutte le comunità anche quella dei Mutoid è soggetta alle sorprese della vita.

«Sì, e il libro ne parla. Anche se è divertente contiene passaggi molto dolorosi e trasmette la loro determinazione ad andare avanti. Nonostante le avversità tutti i componenti continuano a essere molto freschi seguendo un autentico spirito di libertà».

Come nacque il gruppo?

«Dall’incontro di artisti, attivisti e meccanici desiderosi di creare sculture ad alto contenuto distopico recuperando materiale di scarto. Girando il mondo con le loro performance hanno anticipato e influenzato la cultura rave e molte pratiche sociali in opposizione al business delle multinazionali dell’intrattenimento».

Il libro ripercorre il loro viaggio trentennale dall’inizio fino a oggi?

«Ne ripercorre le tappe principali attraverso una moltitudine di testimonianze orali che ne restituiscono un racconto dettagliato supportato da tante immagini».

La città li ha accolti ma ci sono stati momenti difficili in cui hanno rischiato di essere cacciati.

«Ho ricostruito il contesto perché anche loro si rispecchiano nel contesto in cui vengono a trovarsi. Parlo della vicenda e di come dal basso si sia creata una rete di solidarietà che ha garantito la loro permanenza a Santarcangelo, sulle sponde del fiume, nel sito della cava dismessa, dove si sistemarono quando vennero al festival».

Cosa insegna l’esperienza dei Mutoid?

«L’importanza del dialogo, del confronto, del rapporto con le istituzioni trattate con la dovuta cautela e rispetto così come con la comunità che ti accoglie».

Qual è la formula che li tiene uniti?

«La compenetrazione tra l’azione individuale con l’idea generale che anima il gruppo. Gli individui sono legati tra loro da un filo rosso che è uno spirito globale e non globalizzato. Quello che interessa è un pensiero critico, pratiche in equilibrio tra l’individuo e il gruppo e tra questi e la natura. Loro c’erano prima dell’abbattimento del muro di Berlino e hanno lottato per abbatterlo, così lottano contro Trump e i suoi muri, in nome del fatto che gli esseri umani sono nati nomadi e cittadini del mondo».

Prefigurando un’era post atomica le loro pratiche di riuso sono in piena sintonia con la pandemia.

«Certo. La loro arte creata dal nulla recupera lo scarto che scarto non è. Anche se oggi è meno semplice perché è mutato il contesto legislativo sui rifiuti quindi vanno cercate altre vie per il recupero».

Una peculiarità che intende evidenziare?

«L’importanza del contributo femminile, sono tante le donne che hanno lavorato e lavorano nel gruppo senza alcuna distinzione di ruoli».

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