I muri di Faenza parte seconda: un bell’esame di laurea

Pochi ma buoni. In nemmeno 50 chilometri, infatti, si scalano muri in grado di appagare la voglia di salita anche dei più esigenti grimpeur. Questo secondo itinerario, quindi, è ideale per chi ha poco tempo ma vuole, comunque, effettuare un allenamento di qualità perché, restando sempre intorno a Faenza – eccetto un breve sconfinamento in territorio forlivese per affrontare le rampe di Montepoggiolo – si può, comunque, testare la gamba su pendenze di tutto rispetto, spesso superiori a quelle delle più celebri ascese alpine o appenniniche.

Itinerario 2

Faenza – Marzeno – Pietramora – via Croce – Terra del Sole – Montepoggiolo – S. Lucia – monte Brullo – Faenza. Distanza: 48 km (71 km se, dopo Monte Brullo, si affronta anche il valico della Carla)

Salite

– Pietramora (315 m): lunghezza 5 km; pendenza media 5,1%, massima 14%; dislivello 258 m

– via Croce (203 m): lunghezza 900 m; pendenza media 11,2%, massima 16%; dislivello 100 m

– Montepoggiolo (171 m): lunghezza 1,6 km; pendenza media 7,2%, massima 12%; dislivello 116 m

– Monte Brullo (112 m): lunghezza 0,7 km; pendenza media 6,6%, massima 15,4%; dislivello 49 m

– Opzionale, Carla da Marzeno (193 m): lunghezza, 1,2 km; pendenza media 9,2%, massima 12,9%; dislivello 106 m

Via col riscaldamento verso Pietramora

Il primo tratto di percorso è lo stesso del precedente, lungo la Strada provinciale 16 fino a Marzeno, 7,7 chilometri ondulati ideali per riscaldarsi. Raggiunta la piccola frazione, occorre prestare attenzione perché la deviazione per la prima salita, verso Pietramora, non è ben visibile. Come riferimento si può prendere il bar Romagna, in corrispondenza del quale si svolta a sinistra in Via Moronico (indicazioni Pietramora – S. Lucia). L’ascesa misura 5 km e, pur presentando una pendenza media tutt’altro che trascendentale (5,1%), propone strappi spacca gambe, con picchi fino al 14%. Imboccata la stretta stradina, si procede prima in mezzo alle case poi fra i campi per circa un chilometro, in sostanziale falsopiano. Dopo il 1° chilometro, inizia il bello, con una coltellata al 14%, quindi, la strada spiana per 400 m portando al segmento chiave della salita. Il clou, infatti, è concentrato in questo segmento centrale, dal km 1,9 al km 2,5, dove si deve fare i conti con pendenze comprese fra il 10-14%. Superato questo scoglio, breve pausa in falsopiano prima di una serie di ripidi saliscendi. L’ultima asperità è posta a un chilometro dalla vetta, con un’impennata al 12%, poi le fatiche possono dirsi sostanzialmente concluse. Il tratto finale è altamente panoramico: si viaggia lungo il crinale fra valle del Marzeno e valle del Samoggia, con ampie vedute sulle brulle colline di Faenza, segnate dai calanchi.

Occhio alla discesa, poi è un calvario

Altrettanto ampia è la vista che si gode a inizio discesa, da affrontare, però, con prudenza sia per la pendenza sia per lo stato dell’asfalto, rugoso e rovinato come del resto in tutta questa parte di percorso In 3,2 km, si plana nella valle del Samoggia, dove si attacca subito la seconda salita. Al termine della discesa, infatti, si gira a sinistra nella Strada provinciale 73 e, percorse poche centinaia di metri, si svolta a destra in via Croce. “Nomen omen”, come dicevano i latini. Benché misuri appena 900 metri, la strada è un piccolo calvario, con pendenza media dell’11% e punte oltre il 15%, tant’è che si supera un dislivello di un centinaio di metri. Fino a qualche tempo fa, il fondo stradale era disastrato, con buche e tratti sterrati che finivano per rendere ancora più ostica la scalata. Fortunatamente, in primavera è stata in gran parte riasfaltata, specie nella parte finale, la più martoriata. All’inizio, invece, si procede ancora su fondo sconnesso, in mezzo a campi coltivati, con lunghi rettilinei e poche curve. Poi, senza mollare mai, la strada si fa più tortuosa, anche se tornanti veri e propri si incontrano solo alla fine, prima di approdare sul crinale che separa la valle del Samoggia da quella del Montone, dove terminano le fatiche. Ottocento metri sulla sinistra, spicca la vetta di Monte Fortino, dalla cui sommità si possono vedere le città di Forlì e Faenza, dominando l’intera pianura sino alla costa adriatica. Una posizione invidiabile, dunque, non a caso, proprio qui, nel novembre del 1944 si combatté una furiosa battaglia fra le truppe Alleate, impegnate nella faticosa avanzata verso Nord, e quelle tedesche della 26° Divisione corazzata, che consideravano Monte Fortino e le zone circostanti fondamentali per la propria linea difensiva, in quanto permettevano di tenere sotto controllo la via Emilia. Lo scontrò infuriò dal 16 al 24 novembre, coi polacchi della 3° Divisione Fucilieri dei Carpazi che prima presero, poi persero, e, infine, conquistarono definitivamente questo strategico caposaldo, costringendo i tedeschi a ripiegare verso Faenza. Epicentro degli scontri fu la chiesetta di Monte Fortino, dedicata a San Martino, che venne completamente distrutta per essere poi ricostruita ex novo, nel 1949, più a valle, sulla strada provinciale.  

Verso Terra del Sole

Al termine della scalata, dunque, si presenta un bivio: prendendo a sinistra, dopo 800 metri di saliscendi, si arriva a Monte Fortino e si cala poi verso S. Mamante, mentre, a destra, percorsi circa 500 metri in falsopiano si giunge a Converselle, dove sorge la chiesetta omonima (ex chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo). Per affrontare Montepoggiolo, occorre optare per questa seconda soluzione e, dirigersi, pertanto, verso Terra del Sole: si procede ancora per un po’ in falsopiano, poi la strada punta all’ingiù con un rettilineo di 200 m al 9% e un toboga di 7 ravvicinati e ripidi tornanti che portano al fondovalle (via Rio Cozzi). Qui si segue il corso del torrente in leggera discesa per 3 km, quindi, in un altro chilometro (via Biondina) si raggiunge Terra del Sole, dove si svolta a sinistra per attraversare la piccola cittadina medicea. Ancora un chilometro e si svolta a sinistra in via Ciola, seguendo le indicazioni per Monte Poggiolo. Inizia qui la terza salita di giornata, breve (1,6 km) e irregolare, con tratti in falsopiano seguiti da violenti strappi, tant’è che la pendenza media supera il 7%, e si sconfina spesso in doppia cifra. L’avvio è soft, poi, dopo una curva a destra, la strada s’impenna improvvisamente al 12% per 200 m. Un tratto pianeggiante precede la parte più dura dell’ascesa, quella centrale, consistente in 500 metri abbondanti quasi tutti in doppia cifra (9-12%), quindi, si riprende a salire a gradoni, con un’altra rasoiata oltre il 10%, fino alla vetta (171 m) dove sorge l’omonimo castello, documentato a partire dal 906 d.C. . Nato probabilmente come torre di vedetta della vicina Rocca di Castrocaro, in virtù della sua posizione dominante sull’intera pianura romagnola fu conteso nei secoli dalle varie Signorie di Faenza, Forlì e Castrocaro. Nel 1471, venne deciso l’ampliamento da semplice torre a rocca vera e propria, e assunse, sotto la direzione dell’architetto Giuliano da Maiano, l’attuale struttura a pianta romboidale, con agli angoli 4 torrioni circolari collegati da grandi mura a scarpa e il più grande a svolgere le funzioni di mastio. All’interno, oltre alla piazza d’armi, le casematte e i corridoi di ronda, si trova pure un piccolo pozzo dove, secondo la leggenda, Caterina Sforza, attraverso un trabocchetto, faceva precipitare i cortigiani caduti in disgrazia. Un’altra leggenda, invece, vuole che sempre ai tempi di Caterina, esistesse una galleria che dall’interno del castello conduceva alla Rocca di Ravaldino, a Forlì. Ceduto a privati nel 1782, in seguito alla vendita all’asta delle proprietà demaniali del Granducato di Toscana, la rocca, al momento, è chiusa al pubblico e recintata: purtroppo, pur mantenendo il proprio fascino, si presenta in stato di abbandono e degrado strutturale. In cima, una sosta per ammirare castello e panorama è d’obbligo, quindi, si riprende a pedalare e in un paio di chilometri, in discesa, si incrocia via Campagna di Roma e si gira a sinistra.

I “labirinti” fino a Santa Lucia

La tappa successiva è Santa Lucia, raggiungibile attraverso quelli che i ciclisti locali chiamano i “labirinti”, perché caratterizzati da un fitto reticolo di strade. Le soluzioni, quindi, sono molteplici: se si vuole percorrere un po’ di pianura, al termine di via Campagna di Roma si gira a destra in via dei Sabbioni, quindi a sinistra in via Ossi, ancora a sinistra in via del Gesuita, sempre a sinistra in via Bianzarda di San Biagio e, infine, a destra in via S. Mamante. Nel caso, invece, si voglia continuare a salire, si prende ugualmente via dei Sabbioni, ma tenendo la sinistra, e, dopo un paio di strappetti niente male, si svolta in via Cà Talenta. Qui sono ben visibili le “Sabbie gialle”, affioramenti geologici di cordoni sabbiosi fossili risalenti a un milione di anni fa. Il loro interesse, però, non è solo naturalistico ma pure storico perché la popolazione locale, durante la Seconda Guerra Mondiale, al loro interno ricavò grotte e cunicoli. Verso la fine dell’estate 1944, infatti, col fronte che si avvicinava alla Romagna e l’esercito tedesco che requisiva edifici pubblici e privati, gli abitanti della zona abbandonarono le proprie case cercando rifugio lungo il rio Cosina, utilizzando i particolari affioramenti di roccia gialla di cui queste colline, fra Forlì e Faenza, sono ricche. La particolare conformazione dell’arenaria, sabbiosa e poco cementata, permise di scavare in poco tempo decine di grotte, che diedero riparo, prima e dopo il passaggio del fronte, a centinaia di civili, provenienti anche da Forlì e Faenza. Da via Cà Talenta si continua a scendere in via Castel Leone, costeggiando la Chiesa di Castiglione, fino a incrociare via del Passo (svolta a sinistra), al termine della quale si sbuca sempre in via S. Mamante.

Strappo corto e micidiale

Attraversata la piccola frazione omonima, si tiene la sinistra imboccando via Pozzo per immettersi, con svolta a sinistra, nella Strada provinciale 73, poco prima di Santa Lucia. Proprio in corrispondenza del centro abitato, parte, a sinistra, via Monte Brullo e il suo strappo, cortissimo ma micidiale. Complessivamente, la salita misura 700 m con pendenza media del 6,6%; quelli veramente tosti, tuttavia, sono i primi 300 m, in cui la pendenza media sfiora il 13% e si toccano punte del 15,4%. Una volta superata quest’erta, si procede in falsopiano, con un unico tratto relativamente impegnativo (6-7%) solo poco prima della vetta (112 m). Di qui, si scende per poco più di un chilometro e, in altri 9, attraverso via S. Mamante e la Strada provinciale 73, si fa ritorno a Faenza.

Scegliete il finale

Chi avesse ancora tempo e gamba, può allungare il giro andando a cimentarsi col passo della Carla da Marzeno, altra salita che va sicuramente annoverata a buon diritto fra i muri faentini. In questo caso, da via San Mamante si fa ritorno a S. Lucia, si oltrepassa il paese, e, poco dopo la storica trattoria Manueli, si abbandona la Strada provinciale 73 e si svolta a destra nella stretta e un po’ dissestata via Canovetta, stradina di campagna che, con una serie di sali e scendi, consente di raggiungere la Strada provinciale 16 (ultimo tratto via Uccellina). Si svolta sinistra in quest’ultima, si supera Marzeno e, dopo circa un paio di chilometri, si gira a destra in via Carla. La salita, che conduce all’omonimo passo di contro crinale fra la strada provinciale di Sarna, sulla destra orografica del fiume Lamone, e quella di Modigliana, che percorre la valle del Marzeno, è un autentico muro. In appena 1,2 km, infatti, si superano 106 m di dislivello, con una pendenza media pari a un ragguardevole 9,2% e una massima del 12,9%, che si raggiunge nella parte centrale. Pronti via, si deve affrontare un ripido rettilineo in doppia cifra, poi inizia una serie di curve e tornanti che, tuttavia, risultano di scarso aiuto, perché, a parte qualche breve tratto fra 7-9%, si viaggia sempre oltre il 10%; solo gli ultimi 200 m sono più facili (4-5%). Dal valico, in 2 km si scende sulla Strada provinciale 56 (Canaletta e di Sarna), si gira a destra e in una decina di chilometri, in mezzo alla campagna, si rientra a Faenza.

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