I giudici di Ravenna: “Ilenia uccisa con inaudita atrocità”

Una condanna scritta con quasi un mese di anticipo. Di giorni ne sono bastati 65 per depositare le motivazioni della sentenza che lo scorso 28 febbraio ha chiuso il processo per l’omicidio di Ilenia Fabbri con l’ergastolo nei confronti di Claudio Nanni e Pierluigi Barbieri. Centoundici pagine nelle quali il meccanico faentino di 55 anni, ex marito della vittima (difeso dall’avvocato Francesco Furnari), e l’amico 54enne originario di Cervia ma residente nel Reggiano (assistito dagli avvocati Marco Gramiacci e Simone Balzani), sono ritenuti colpevoli in egual modo: il primo nel ruolo di mente e mandante del delitto, il secondo nelle vesti del sicario che all’alba del 6 febbraio 2021 ha assassinato la 46enne tagliandole la gola dopo averla sorpresa e assalita all’interno della propria abitazione in via Corbara 4 a Faenza.

La premeditazione

Un omicidio brutale, commesso con «oggettiva e inaudita atrocità» – scrive il presidente della Corte d’assise, Michele Leoni – e organizzato «con una certosina pianificazione, durata più di un anno». Non sono solo i «due tentativi andati a vuoto» a valere l’aggravante della premeditazione del delitto, la prima fra tutte quelle enucleate nel documento, oltre ai motivi abbietti e al vincolo coniugale. Si sommano la «puntigliosa preparazione degli strumenti con cui consumarlo» e la «capillare programmazione delle fasi» antecedenti e successive. Ogni capitolo del processo ne fornisce la prova. Lo sono i contatti telefonici tra i due imputati prima dell’omicidio, ricostruiti nel corso delle indagini condotte dalla Squadra Mobile e dal commissariato di Faenza, e testimonianza di «un’assidua frequentazione … la cui ragione poteva essere solo Ilenia Fabbri». Eclatante il messaggio vocale tra mandante e sicario, cancellato e poi recuperato dal telefono di Nanni: “Una volta che esco (dalla quarantena per covid, ndr), dai, si fanno tutte le cose che bisogna fare”. Per i giudici è «un’espressione evocativa di un’intesa di cui non è il caso di parlare per telefono», interpretata anche come «un’esortazione», alla quale Barbieri «ha tacitamente assentito».

E’ sempre il cellulare del meccanico a fornire altri elementi che chiudono il cerchio sull’ «originario disegno omicidiario», poi mutato. Uno su tutti: il promemoria “valigia, buco, chiavi”, annotato nei primi giorni dell’ottobre 2020 e rappresentativo dell’iniziale piano andato per due volte a monte, così come descritto da Barbieri nel corso della sua confessione: il sicario sarebbe dovuto entrare in casa della 46enne con le chiavi avute da Nanni, strangolarla e nasconderne il corpo minuto in un trolley, da portare in una buca già scavata (e trovata dagli inquirenti nei pressi di un cavalcavia su indicazione del killer) e infine sfigurarla con l’acido. Trovata la fossa, e nell’officina il trolley con vanga e tanichette d’acido – riassume la sentenza – «tutto quadra compiutamente».

La telefonata in auto

E’ riportata per intero la trascrizione della telefonata tra Nanni e l’allora fidanzata della figlia Arianna, rimasta a dormire in casa di Ilenia la mattina del delitto e divenuta testimone oculare dell’omicidio. L’alibi del viaggio insieme alla 21enne per ritirare un’auto comprata a Lecco, che avrebbe garantito al mandante di trovarsi lontano al momento della mattanza, è andato in fumo non appena la ragazza presente nell’abitazione li ha chiamati terrorizzata, descrivendo le grida di Ilenia. Nanni, esortato per 15 volte dalla figlia ad accelerare e fare uso degli abbaglianti per tornare indietro, rimane in prima corsia e non supera i 118 km/h, prova che «ha cercato di ritardare il più possibile il momento dell’arrivo a casa». La sua voce è testimonianza del «crollo emotivo, subitaneo, incontrollato». E una volta di fronte alle pattuglie polizia, resta in auto, piangente, in un comportamento che «tradisce fin troppo il tracollo istantaneo di cui è preda». Per il giudice «tutto questo già lo incrimina».

La «sciagurata ordinanza»

C’è spazio anche per le paure di Ilenia e le minacce di morte ricevute, impresse nelle confidenze fatte dalla vittima prima di morire, e riportate dalle amiche in aula: “Mi farà ammazzare da qualcuno, lo pagherà anche poco”. Sono dimostrazione che «Ilenia conosceva il marito talmente bene da percepire lucidamente la situazione di pericolo in cui si trovava». Un pericolo degenerato all’indomani dell’ordinanza presidenziale già definita «scellerata» dal sostituto procuratore Angela Scorza, e ora bollata come «abnorme», che consentiva al marito di Ilenia di restare a vivere sotto lo stesso tetto fino a quando la casa, al 99% di proprietà della 46enne, non fosse stata venduta dividendo il ricavato. Da quella decisione, «Nanni ne trasse la spinta per ulteriori prepotenze e prevaricazioni», fra «onnipotenza e impunità». E Ilenia? Ne uscì con «un disperante senso di ingiustizia». Ma era solo il preludio di una fine terribile.

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