I “disoccupati” del soccorso Croce Adriatica di Misano costretta al

«A causa dell’emergenza Covid siamo costretti a lavorare al 50% delle nostre forze». Una frase che purtroppo ormai le nostre orecchie sono abituate a sentire, ma che stupisce se a pronunciarla è il coordinatore della pubblica assistenza Croce Adriatica di Misano, Enzo Romagna. Com’è possibile che durante un’emergenza pandemica dei volontari impegnati nell’ambito socio-sanitario rimangano “disoccupati”?

«Il nostro lavoro si svolge soprattutto con i privati che richiedono un trasporto in ambulanza e con le manifestazioni sportive» spiega Romagna «che in questo momento sono tutte sospese. Da quando è stato imposto il coprifuoco ci siamo anche trovati a dover interrompere i corsi di formazione, che non riusciremmo a svolgere a distanza. Così abbiamo anche 35 volontari che si stavano formando che ora non possono fare nulla per continuare nel loro percorso. Tra di loro molti sono disoccupati o cassaintegrati e una formazione di questo tipo potrebbe essere per loro anche un’opportunità per trovare un’occupazione come soccorritori». I volontari che invece sono attualmente attivi sono circa una cinquantina e svolgono il loro turni in squadre con il doppio delle persone rispetto alla norma. «In questo modo tutti possono lavorare un po’ e rimanere in allenamento» spiega il coordinatore «che è fondamentale per quello che dobbiamo fare».

Interventi limitati

Croce Adriatica si trova infatti in una posizione che permette interventi limitati e si trova costretta «addirittura a respingere le persone che in questo momento vengono qui per chiedere di diventare volontari» aggiunge Romagna. «Il problema risiede nella questione dell’accreditamento» spiega il dottor Eraldo Berardi, direttore sanitario del poliambulatorio Misano world circuit e consulente esterno di Croce Adriatica, «necessario per poter ampliare i servizi e il tipo di mansioni e richiede tempo e impegno per essere ottenuto».

C’è poi il problema della formazione del personale, che da un lato vede – attualmente – decine di persone costrette all’inattività, e dall’altro «richiede pratica e lavoro. Ma per come sono le cose, non si riesce a lavorare e a fare pratica se non si è già formati» commenta il dottor Berardi. Un cortocircuito che sembrerebbe quindi essere in parte dettato dalla burocrazia, perché, «noi abbiamo la buona volontà e la possibilità di crescere ancora» afferma il coordinatore Enzo Romagna.

Il blocco burocratico

Soprattutto, un meccanismo che anche in un momento di emergenza impedisce a dei volontari formati di mettersi completamente al servizio della sanità pubblica, che rischia di essere in sofferenza sia per quanto riguarda i mezzi che per quanto riguarda il personale.

«Croce Adriatica si sta impegnando molto per raggiungere tutti i requisiti tecnici per l’accreditamento» tra cui il rinnovo del parco mezzi e della struttura che ospita la sede, interventi che richiederanno anche un investimento in termini economici «ma il rischio è quello di non riuscire a svolgere i servizi necessari per essere riconosciuti e ottenere l’accreditamento» commenta Romagna.

A questa paura si aggiunge anche il timore che l’emergenza pandemica continui a dettare ancora a lungo lo stop allo sport e alle manifestazioni in cui Croce Adriatica è di solito impiegata con in media 6000 servizi svolti ogni anno. «Di solito prestiamo assistenza durante gare ciclistiche, durante gli impegni dell’associazione italiana arbitri e tante altre attività e raduni di questo tipo» spiega il coordinatore «ma ora è tutto fermo e così lo siamo anche noi, coi nostri volontari e le nostre ambulanze».

La speranza è quindi che si muova qualcosa e che la pubblica assistenza possa tornare a lavorare a pieno regime e in sinergia con le altre realtà del territorio, continuando allo stesso tempo ad offrire i suoi corsi di formazione. «Noi siamo qui pronti, desiderosi di metterci in gioco» conclude Enzo Romagna «ma per ora ancora in attesa».

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