I colori dell’idrogeno e le modalità estrattive: grigio, blu, verde

Per la transizione ecologica il mondo sa che deve fare un percorso, più o meno lungo, ma che possa mettere il pianeta in salvo dai danni che l’uomo stesso ha generato. Le emissioni derivate dai gas climalteranti, come la CO2, stanno mettendo a dura prova il suo sostentamento. Per questo quella che viene definita “economia dell’idrogeno” può essere una delle strade della transizione verso la società del futuro.

È tutta basata su questo gas, il più abbondante, che si trova praticamente dovunque: è il 75% della materia e, con il 90%, compone il Sole. Non è però oggi semplicissimo prendere l’idrogeno e trasformarlo in energia. Così, per facilità, le sue modalità “estrattive” si dividono in colori: grigio, blu e verde. Il primo è quello che si riesce ad ottenere attraverso il gas naturale e che, però, produce CO2. In aggiunta a questo c’è il “blu”, che prevede la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica. Il più sostenibile (e, per certi versi, la sfida più interessante), è invece l’idrogeno verde: si scompone l’acqua in idrogeno e ossigeno e non viene prodotta CO2. Una scommessa non di poco conto, dunque, per cercare di ridurre le emissioni.

Lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi ha più volte sottolineato l’opportunità di cogliere l’occasione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per interventi legati all’elettrificazione, all’idrogeno, alla bioenergia e poi alla cattura, all’utilizzo e allo stoccaggio del carbonio. Un programma che potrebbe davvero riconvertire un intero sistema che oltre ad essere basato sulle economie è anche di tipo culturale. Una strada, quella dell’economia dell’idrogeno, che anche altre nazioni stanno cercando di intraprendere. Secondo stime, in una delle città più inquinate del mondo come Pechino, eviterà due milioni di tonnellate di CO2 in 5 anni.

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