I Cantici di Britten con la voce di Bostridge al Ravenna Festival

Oltre all’inequivocabile qualità che sempre caratterizza i cartelloni di Ravenna festival, certo uno dei tratti che lo rendono unico è la programmazione che si dipana in luoghi, appunto, unici. Come lo sono le straordinarie basiliche che ospitano alcuni dei concerti di ispirazione sacra. Per esempio, la basilica di Sant’Apollinare in Classe che sarà teatro di diversi concerti e che questa sera riapre al pubblico della musica con un titolo che non si ha spesso l’occasione di ascoltare nelle sale italiane. Si tratta di “The canticles” di Benjamin Britten, una singolare raccolta di cinque miniature che il compositore inglese creò nell’arco di quasi trent’anni, tra il 1947 e il 1974, per la voce tenorile di Peter Pears, compagno d’arte e di vita, e che per il festival saranno affidate a Ian Bostridge, uno dei più autorevoli interpreti del repertorio vocale da camera e in particolare riconosciuto punto di riferimento per questo piccolo capolavoro, così come il pianista Julius Drake che lo accompagna. Ma l’organico dei cinque “cantici” non è omogeneo – anche in questo sta la particolarità dell’insieme – così che a loro si affiancheranno a seconda delle pagine il controtenore Alexandre Chance, il baritono Mauro Borgioni e due musicisti dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, Antonella De Franco all’arpa e Federico Fantozzi al corno.

“The canticles”, dunque. Se il nome è ispirato al veterotestamentario Cantico dei cantici, lo spirito dei cinque pezzi religiosi è da ricondurre ai “divine hymns” di Herny Purcell che a secoli di distanza rimane un lume insostituibile per tutti i compositori a venire e soprattutto per Britten – tanto che qualche anno prima di intraprendere l’avventura dei “Canticles” lo stesso compositore aveva messo mano all’arrangiamento di alcuni pezzi religiosi proprio di Purcell. Ed è infatti attingendo a trascrizioni elaborate da Britten per voce e pianoforte di pagine di Purcell, ma anche di alcuni corali di Johann Sebastian Bach, che si arricchisce in apertura il programma di questa sera.

Tornando a quello che è il cuore del concerto, oltre all’evidente tratto unificante costituito dalla scrittura tenorile, i cinque brani sono accomunati da una spiritualità che di volta in volta si sviluppa come una lunga canzone, una cantata oppure un’opera in miniatura, mentre la scelta dei testi riflette l’eclettico gusto di Britten per il verso in lingua inglese di ogni epoca. Dal primo, “My beloved is mine” del 1947, tratto dal poema seicentesco “A divine rapture” di Quarles, meditazione sull’amore divino ispirato al “Cantico di Salomone”, al dialogo che innerva il secondo tra “Abraham and Isaac”, del 1952, e alla metrica irregolare del terzo, “Still falls the rain”, allegoria novecentesca della Passione di Cristo composta nel 1954. Diversi anni separano questi dagli ultimi due: “The journey of the magi”, e infine “The death of Saint Narcissus” basati rispettivamente su omonimi poemi di T. S. Eliot. Nell’ultimo il posto del pianoforte è lasciato all’arpa, era il 1974 e il compositore e interprete reduce da un intervento non poteva ancora sedere alla tastiera. Sarebbe morto l’anno successivo. Ore 21.30

Dialogo nel pomeriggio

Alle 18 al teatro Rasi conversazione tra la bizantinista Silvia Ronchey e Chiara Lagani. Cos’hanno in comune i millenari mosaici delle basiliche ravennati con una giovane scienza quale la psicologia, non più vecchia di un secolo e mezzo? La risposta è: James Hillman, psicanalista e filosofo americano la cui ultima opera, a 10 anni dalla morte, è un libro-intervista con Ronchey: L’ultima immagine (Rizzoli, 2021).

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