I bolognesi Poets ripubblicano “Groovy!”

A distanza di vent’anni dalla prima uscitaGroovy!, il secondo album dei Poets, è uscito su Spotify in una versione completamente rimasterizzata. Il periodo di attività dei Poets va dal 1999 al 2004. In questo arco di tempo il gruppo ha pubblicato quattro album e un ep. Groovy! venne registrato nell’estate del 2000: realizzato come autoproduzione e recensito da alcune riviste specializzate, attirò l’attenzione di Massimo Del Pozzo, per la cui etichetta i Poets iniziarono a registrare l’anno seguente. A distanza di vent’anni, le canzoni di Groovy! conservano la loro spensierata immediatezza e, dove nel precedente master si poteva percepire un indistinto muro sonoro, oggi si possono apprezzare tutte le sfumature degli arrangiamenti. Canzoni immediate, ma non buttate lì, essenziali, ma non scarne. Si percepisce chiaramente il divertimento e il piacere di un gruppo di ragazzi che sta costruendo qualcosa. Ne abbiamo parlato con Matteo Cincopan dei Poets.

Cincopan, partiamo da «Groovy!»: com’è nata?

«I Poets sono nati alla fine degli anni Novanta come gruppo in stile Sixties. Groovy! è stato il nostro secondo album e proseguiva su questo binario che, in quegli anni, oltre a noi, portavano avanti altre formazioni come gli Avvoltoi o gli Sciacalli».

Perché dare proprio questo titolo?

«Il termine “groovy” rientra nello slang americano e inglese degli anni Sessanta. Non è facile tradurlo ma, volendo usare un termine italiano altrettanto datato, si potrebbe tradurre con “ganzo”: insomma, era un titolo coerente con la musica e il manifesto estetico in cui ci inserivamo».

Perché, secondo lei, ha avuto tutto questo successo vent’anni fa?

«Quello di Groovy! è stato, all’epoca, un successo underground: si rivolgeva a una nicchia dai gusti ben delineati. Un pubblico, comunque, in crescita e desideroso di ascoltare questa musica dal vivo. Il calore con cui, poi, oggi è stato accolto questo remaster ci ha fatto un grande piacere».

Cosa c’è di attuale in “Groovy!”?

«Credo che oggi, funzioni ancora per la sua sincerità: è un album in cui i “trucchi da studio” sono ridotti al minimo (anche a causa dei mezzi che avevamo a disposizione quando lo abbiamo registrato!) ed è molto “suonato”. Oggi c’è una gran voglia di tornare alla musica suonata».

Lei è chitarrista dei Poets: per quali motivi avete dato vita a questo gruppo?

«I Poets sono nati da un’idea di Lorenzo Mingardi, bassista del gruppo. Il divertimento e il piacere di fare musica insieme sono stati sempre il punto di partenza dei nostri lavori. A parte questo, c’era l’idea di fare un gruppo “in stile”. Per quanto mi riguarda, ho sempre amato le sonorità Sixties».

Lei e la musica?

«La musica è un modo di esprimersi con cui mi trovo molto a mio agio. È una passione che ho praticamente da sempre».

Cosa spera di fare arrivare con l’arte delle sue note?

«Con una canzone in qualche modo mi racconto, ma non è una strada a senso unico: è come parlare a un amico e sentire la sua risposta, le sue opinioni o se ha qualcosa da aggiungere. Secondo me una qualsiasi espressione artistica deve favorire lo scambio, non dare il manuale di istruzioni per vivere».

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