L’intervista di Roberto Savi a ‘Belve’ ha ri-innescato l’ipotesi che alcune delle azioni della banda della Uno bianca fossero in realtà chieste da altri, con un’allusione ai “Servizi”. E sull’omicidio nell’armeria di via Volturno a Bologna il 2 maggio 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo, indicò che quest’ultimo “era ex dei servizi particolari dei Carabinieri”. Parole subito rimbalzate in Parlamento, portate al tavolo del Copasir e sottoposte al Governo. In questo senso alle domande di Luigi Marattin (Pld), risponde ora il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano. Il riscontro alle domande di Marattin è una risposta scritta allegata agli atti della seduta di ieri alla Camera: ripercorre le varie volte in cui il legame Uno bianca-’Servizi’ è emerso e tutte le circostanze in cui è stato ‘smontato’. Anche nella stessa intervista a ‘Belve’, del resto, Roberto Savi “ad ulteriori richieste di precisazioni”, evidenzia Mantovano, “ha chiesto di lasciare stare. Nel corso dell’intervista Savi non ha mai dato risposte chiare e non ha fornito alcun dettaglio o indicazione precisa circa i propri interlocutori, rimanendo nel vago. Peraltro, Savi, nella sua storia processuale, ha spesso ritrattato le proprie dichiarazioni”. Ad ogni modo, dato che, immediatamente dopo l’intervista, c’è stata “una richiesta di informativa urgente al Governo” sulla fondatezza delle affermazioni di Roberto Savi, seguita dall’interrogazione, ecco che Mantovano ripercorre tappa per tappa la questione. E scrive: “Già a suo tempo furono esclusi rapporti tra la Banda della Uno bianca e i Servizi”.
Dando riscontro “a richieste di acquisizione documentale” arrivate dalla Procura di Bologna nell’ambito delle indagini sulla Uno bianca (procedimenti penali 4730 e 4894 del 1994), furono infatti “esclusi rapporti” con l’allora Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (Sismi) e il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde). In particolare, evidenzia Mantovano, Sismi e Sisde “inoltrarono all’Autorità giudiziaria molteplici documenti, tra cui: un documento (a firma del direttore pro-tempore del Sismi) nel quale, con riferimento ai soggetti inquisiti, si evidenziava ‘l’assenza di rapporti istituzionali, anche occasionali, del Sismi’, nonché ‘l’inesistenza di alcun tipo di contatto tra i dipendenti del Servizio medesimo e le persone arrestate nel contesto della vicenda giudiziaria’; un documento (a firma del direttore pro-tempore del Sisde) in cui si riportava che i soggetti indicati dall’Autorità giudiziaria, tra cui i fratelli Savi, ‘non risultano aver mai appartenuto al Servizio, né avuto rapporti con l’Organismo’”. Ancora, continua Mantovano: “L’inesistenza di rapporti tra i Servizi e Roberto Savi è stata ribadita in relazione a quesiti posti nell’ambito di alcune interrogazioni parlamentari”. Nel 1994 alla Camera a una domanda su eventuali collegamenti tra Roberto Savi e i servizi segreti, nonché tra lo stesso e Gabriella Gagliardini, “agente collaboratrice del Sismi”, fu risposto che dagli atti del Sismi “non è emerso alcun collegamento fra Roberto Savi ed il servizio stesso né tra il Savi e l’ispettrice Gabriella Gagliardini”.
Il 20 dicembre 1996 uscì su ‘La Repubblica’ un articolo sulla deposizione di un ex ispettore della Polizia di Stato, Antonio Carrozzo, condannato a 30 anni per omicidio, “relativa a presunte rivelazioni fattegli da Alberto Savi nel periodo in cui avevano condiviso lo stesso braccio del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere; in particolare- ricostruisce Mantovano- quest’ultimo gli avrebbe riferito di asseriti collegamenti con il Sisde, che avrebbe commissionato la ‘strage al Pilastro’, e del ruolo svolto nell’occasione da Mario Fabbri, già dipendente del Sisde, quale tramite tra i Servizi e la banda”. Affermazioni “poi smentite dallo stesso Alberto Savi, che, tra l’altro, ha dichiarato di non avere mai conosciuto Mario Fabbri, come riportato a suo tempo dalla stampa”. Quanto a Capolungo, “non vi sono riscontri di una sua appartenenza al Sismi o di rapporti di carattere fiduciario”. Ciò detto, Mantovano ricorda che “un’ingente documentazione relativa alla vicenda” della Uno bianca è stata “versata dalle autorità giudiziarie all’Archivio di Stato di Bologna” per un progetto di riordino, restauro, digitalizzazione dei fascicoli processuali relativi ai delitti commessi dalla banda. “Tra tale carteggio rientrano i documenti prodotti dall’allora Sismi, in merito ai quali l’Aise ha espresso parere favorevole alla declassifica a ‘non classificato’ e alla libera consultazione”. Nel 1994 Copasir e commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia chiesero elementi su Falange armata e Uno bianca a cui gli allora presidente del Consiglio dei ministri e segretario generale del Cesis risposero fornendo elementi su ipotesi di un collegamento “che, ai primi accertamenti, furono ritenute improbabili, nonché un elenco cronologico degli eventi criminosi riconducibili alla banda” Dopo “quelle date non si dispone di elementi informativi”.