Trentacinque imputati e una lista di parti civili fra le quali i sindacati Cgil, Cisl e Uil, oltre ai comuni romagnoli di Bagnacavallo, Cervia, Cesenatico e Imola, affiancati da Reggio Emilia. Ha preso il via ieri mattina il ramo ravennate del processo “Radici”, filone più corposo del parallelo procedimento ancora da incardinare a Modena legato alle infiltrazioni mafiose di ‘Ndrangheta e Camorra nel tessuto socio-economico dell’Emilia Romagna. Bancarotta distrattiva e documentale, intestazione fittizia, autoriciclaggio ed estorsione i reati principali, ai quali si sommano episodi seriali di lesioni, sfruttamento, minacce e truffe che per anni, fino al 2021, si sono radicate nel sottobosco imprenditoriale della Riviera grazie a una rete descritta dalla Direzione distrettuale antimafia come un’associazione per delinquere a pieno titolo, con ruoli precisi e prestanome.
Imprese fatte morire
Secondo quanto ricostruito dal capo d’imputazione, la strategia utilizzata dal sodalizio criminale mirava a insinuarsi e stabilirsi nel territorio attraverso una serie di investimenti finalizzati a riciclare profitti di provenienza illecita. Sceglievano fra i bersagli privilegiati panifici e pasticcerie, ristoranti e hotel del litorale, Cervia e Cesenatico in particolare, oltre a Imola. L’acquisto di rami d’azienda andava apparentemente in aiuto a imprese in difficoltà, di cui venivano acquistate le licenze commerciali o in alternativa create nuove società intestate a teste di legno compiacenti. Questo il caso del Forno Imolese con sede legale a Bagnacavallo e produzione a Imola, della Dolciaria Italiana di Cervia e della Dolce Industria di Cesenatico, giunte al tracollo sotto la gestione di fatto di due fra gli imputati: uno di loro, stando alle accuse, è Francesco Patamia, candidato alla Camera alle ultime elezioni con la lista Noi moderati di Maurizio Lupi nel collegio di Piacenza.
Minacce e ritorsioni
Chi non si allineava alle richieste, subiva pesanti conseguenze, al punto da essere da lezione per tutti gli altri. La conseguenza, un’omertà generale e una reticenza nel denunciare le angherie subite. Diventavano a loro volta, a seconda della partecipazione agli affari dell’organizzazione, “affiliati”, persone “a disposizione” o “vicine” alle varie cosche, come Piromalli, P9iscopisani, Lo Bianco, Bonavota, Mancuso.
Tra i casi oggetto del processo, le minacce ricevute a partire dal 2019 da un imprenditore cervese che pretendeva la restituzione di un laboratorio pasticceria in via Levico nella Città del sale. “Io piuttosto che ridarti indietro l’azienda te la brucio con la benzina”: questa una delle frasi riportate dalla vittima, successivamente seguita da altre minacce, “se ti rivolgi a un avvocato sappi che ci saranno delle conseguenze sia per l’azienda, che ti puoi immaginare come te la posso restituire, che anche tue personali”.
Figurano fra le accuse, anche i casi di sfruttamento in alcuni ristoranti di Cesenatico, come “All Fish” e “Il Chioschetto”, dove i dipendenti sarebbero stati costretti nel 2018 a orari di lavoro estenuante (fino a 12 ore consecutive) senza riposi settimanali o ferie, sottopagati e vessati con pesanti pressioni psicologiche fra le quali, umiliazioni a sfondo sessuale e minacce di licenziamento. Ma gli episodi si perdono nelle oltre 40 pagine del capo d’accusa, che saranno oggetto del processo, che occuperà per mesi il fitto calendario di udienze del collegio penale presieduto dal giudice Cecilia Calandra.