Le imprese romagnole alzano la voce contro la decisione del governo di ridurre gli incentivi di Transizione 5.0, prevista del decreto legge sul fisco approvato dal Consiglio dei ministri. Confindustria Romagna rilancia infatti “la forte preoccupazione e l’imprevedibile sorpresa espresse a livello nazionale”. Sottolineando che le imprese che avevano fatto affidamento su un incentivo promesso si ritrovano ora il credito di imposta tagliato del 65%: “Un cambio in corsa delle regole che incrina il rapporto di fiducia con il mondo produttivo e aggrava uno scenario reso già critico dalle incertezze internazionali. Dello stesso avviso le Cna di Rimini e di Forlì-Cesena. Con l’auspicio condiviso di una celere retromarcia. Per gli industriali romagnoli “le regole certe sono l’unico antidoto alla complessità globale”. Mentre “stravolgere gli impegni già assunti penalizza le aziende che avevano già avviato investimenti e compromette seriamente la credibilità delle politiche industriali”. Da qui l’auspicio dell’associazione che il tavolo di confronto con l’esecutivo convocato per mercoledì “ripari questo strappo di natura istituzionale, ancor prima che economica, e che la misura venga corretta in Parlamento”. La vede allo stesso modo Cna. La sezione riminese dell’associazione esprime “forte preoccupazione e contrarietà”: il taglio fino al 65% dei crediti fiscali già maturati dalle imprese rappresenta “una decisione grave e ingiustificata”, stigmatizzano presidente e direttore Marco Polazzi e Davide Ortalli. Per i quali “modificare ora, a posteriori, le condizioni significa compromettere la fiducia nel rapporto tra imprese e istituzioni”.
La riduzione delle risorse disponibili, da oltre 1,3 miliardi a poco più di 500 milioni, significa ricevere “solo una quota limitata del credito d’imposta richiesto, con effetti pesanti sulla sostenibilità finanziaria degli investimenti già realizzati” dalle aziende. Che, concludono Polazzi e Ortalli, “non possono essere considerate una variabile di aggiustamento dei conti pubblici. Interventi di questo tipo rischiano di rallentare il percorso di transizione del sistema produttivo e di indebolire la competitività delle piccole e medie imprese”. Anche Cna Rimini, dunque, confida “in un’immediata revisione del provvedimento per garantire il rispetto degli impegni assunti e ristabilire un clima di certezza, indispensabile per sostenere gli investimenti delle imprese. Senza fiducia, non c’è crescita”. Sulla stessa lunghezza d’onda la Cna di Forlì-Cesena: “Quanto si è materializzato nel Decreto Fiscale rispetto alla questione dei cosiddetti ‘Esodati di Transizione 5.0’ è paradossale”, denuncia il presidente Sandro Siboni. Con imprese “tagliate fuori ingiustamente” dalla misura di incentivo da un decreto ministeriale a fine novembre, “a seguito di un taglio retroattivo di cui stiamo valutando la legittimità costituzionale”, e che “ora si vedono solo parzialmente riammesse ma con un taglio del 65% del contributo originario”. Senza dimenticare le imprese che hanno fatto investimenti in fotovoltaico, “completamente escluse dal contributo, alla faccia della sostenibilità”. Un aspetto che appare particolarmente “grave e miope- aggiunge Siboni- alla luce della crisi energetica internazionale di cui come Paese subiamo pesantemente le conseguenze negative”.
Insomma “siamo delusi e amareggiati”: solo in provincia un centinaio di imprese si troveranno “in grandi difficoltà finanziarie, di fronte a spese che, sulla base di progetti regolarmente approvati dal ministero, ora non potranno beneficiare delle agevolazioni legalmente previste”. Le imprese coinvolte rientrano tutte nel comparto della produzione e tra loro circa il 50% ha previsto interventi sul fotovoltaico. Anche in questo caso l’auspicio è che “il governo trovi le risorse mancanti per tutte le imprese che avevano effettuato investimenti confidando sulla certezza del diritto. Altrimenti si confermerebbe la rottura della fiducia tra pmi e governo”. Di erto non può valere la giustificazione del reperimento di risorse per contrastare il caro energia legato alle tensioni geopolitiche in Eurasia: “Non tolleriamo che si tenti di mettere le imprese le une contro le altre o ancora peggio le imprese contro i cittadini”, conclude Siboni.