Stefano Vitali è il nuovo direttone della Fondazione Don Oreste Benzi. Riceve il testimone da Valter Martini finora al timone dell’ente fondato nel 2017, per custodire e tramandare i doni spirituali del “prete dalla tonaca lisa”. Vitali, già presidente della Provincia di Rimini, è responsabile di una casa famiglia a Rimini insieme alla consorte. È legato a doppio filo anche a Sandra Sabattini, poi beatificata, alla cui intercessione è stata attribuita la sua guarigione da un tumore.
Rimini. Vitali alla guida della Fondazione: «A don Benzi non si può dire no»
- 29 aprile 2026
Vitali, si aspettava questo incarico?
«Mi era stata chiesta la disponibilità da qualche mese. Quando mi sono confrontato con lei per decidere, mia moglie ha replicato: “A don Oreste non puoi dire di no”».
Quali obiettivi si prefigge?
«Far conoscere sempre di più e con maggior profondità la figura di don Oreste. Mai come oggi, in un mondo dilaniato dalla guerra, serve una voce come la sula, indispensabile tanto alla chiesa quanto alla società. La sua caratteristica era quella di farsi capire da tutti, perciò il suo è un messaggio universale, e non limitato a chi ha fede. Ecco perché mi sento investito di un ruolo di grande responsabilità. Per fortuna non sono solo. Siamo in buone mani».
Pensa di ripristinare il premio interrotto nel 2020?
«Spero di riuscire a rinnovare un evento per assegnare un riconoscimento sin da quest’anno. Dovrebbe tenersi tra ottobre e novembre quindi il margine per organizzarlo ci sarebbe».
Lei è stato segretario del fondatore della Papa Giovanni XXIII, cosa la colpiva di lui?
«La sua fede inossidabile ma anche l’insegnamento per eccellenza: non bisogna mai stare in pace davanti alle ingiustizie. Mai perdere la capacità di indignarsi, perché è la leva per cambiare il mondo. Ormai quella in cui viviamo è una società seduta e narcotizzata dagli schermi. Tutto è così veloce da ostacolare la riflessione. Eppure anche un piccolo prete di campagna può cambiare in meglio la Storia».
Quali ulteriori obiettivi prevede per la Fondazione?
«Punteremo in primis sulla traduzione degli scritti di don Oreste perché ormai la comunità è sparsa in tutto il mondo. Migliaia e migliaia di pagine vanno messe a sistema proprio come il materiale audiovisivo per renderlo più accessibile e poi studiarlo al meglio».
Tra tutte le piaghe che don Oreste curava, dalla prostituzione all’indifferenza verso i disabili, quale è una ferita ancora aperta?
«Il fronte più vulnerabile è la mancata cura dei poveri, con il termine “povertà” inteso a 360 gradi. Siamo incapaci anche della carità più spicciola ma una società che non integra gli esclusi non può definirsi società: è solo un’accozzaglia di gente».