«Non chieda assoluzione, venga a darci le risposte che attendiamo da oltre trent’anni». Così Vito Tocci, l’ex carabiniere in congedo, noto alle cronache per essere uno dei sopravvissuti ai crimini della famigerata banda, ha voluto rispondere alla lettera di Fabio Savi, uno dei capi della Uno Bianca, indirizzata ai famigliari delle vittime del gruppo criminale, in tutto 23 decedute tra il 1987 e il 1994 , a cui si aggiungono gli oltre 100 feriti tra Bologna, la Romagna e le Marche. Parole che hanno suscitato una forte ondata di sdegno e riaperto piaghe mai rimarginate quelle arrivate dal carcere di Bollate. «Le mie parole non potranno mai rimediare al male fatto - questo l’incipit della discussa missiva di Savi -, ma ho solo cercato di ripetere la verità. E spero che tutto ciò, e questa lettera, possa essere un primo passo per dimostrare, in primis a voi, il mio tormento per avervi causato un dolore così profondo».
Rimini. «Uno Bianca, ora Savi dica tutta la verità. Dia risposte che attendiamo da 32 anni»
- 25 agosto 2026
Replica infuocata
Non si è però fatta attendere la risposta di Vito Tocci. Duri i toni che rivolge a Savi ora all’ergastolo. «Trentadue anni dopo, non cerco le sue scuse - attacca -. Pretendo la verità. Non le rispondo per pietà né per darle conforto. E neppure per alleviare il peso della sua coscienza. Le rispondo perché io c’ero. Sono un carabiniere rimasto ferito in quell’agguato. E a differenza di chi oggi può raccontare il proprio rimorso, io non ho mai avuto la possibilità di scegliere se ricordare oppure no. Io ricordo ogni giorno. E porto ancora addosso le conseguenze di quelle scelte. Sono passati 32 anni, ma il tempo non ha fatto quello che forse qualcuno sperava facesse: non ha cancellato nulla». Soprattutto, sottolinea ancora Tocci, scrivere non ha cancellato la responsabilità. «Lei oggi parla di rimorso, tormento e dolore - prosegue il servitore dello Stato -. Ma non confondiamo le cose. Il suo dolore appartiene alla sua coscienza. Il nostro dolore è stato provocato dalle vostre azioni. Questa differenza non può essere cancellata da una lettera scritta dopo 32 anni. Noi non abbiamo scelto di essere lì. Non abbiamo scelto di essere aggrediti. Non abbiamo scelto di essere feriti. Le famiglie - rincara - non hanno scelto di perdere i propri cari. E i morti, oggi, non hanno nemmeno la possibilità di risponderle». Da qui le richieste rispedite al mittente. «Per questo non ci venga a parlare di perdono. Il perdono non è suo diritto pretenderlo. Le vittime che non ci sono più non possono perdonarla. E noi che siamo rimasti non possiamo perdonare al posto loro».
Per Tocci «una lettera non restituisce una vita. Una frase non ricompone una famiglia. Un “mi dispiace” non cancella il sangue versato. E soprattutto, il rimorso non si misura dalle parole ma da ciò che si è disposti a fare quando finalmente si decide di parlare».
Poi il focus della questione. «Lei parla di verità, Savi? Bene. Allora smettiamo con le mezze parole. Se sa chi ha deciso, chi ha organizzato, chi ha partecipato, chi ha coperto, chi ha taciuto, parli. Se esistono fatti che per 32 anni sono rimasti nascosti, li faccia emergere. E li porti nelle sedi competenti».
Perché dire “non posso parlare” e chiamarlo tormento non basta più. Infine una pagina impossibile da chiudere. «Durante le udienze - ricorda Tocci - ho visto qualcosa che è rimasto impresso nella mia memoria forse più di tante parole: i vostri sorrisi. Mentre noi portavamo le ferite. Mentre le famiglie piangevano i propri morti. Mentre cercavamo di ricostruire una vita che non sarebbe mai più tornata quella di prima. Quei sorrisi li ho visti. E non me li sono inventati oggi. Per questo - conclude -, dopo 32 anni, faccio fatica ad ascoltare parole sul dolore e sul tormento senza ricordare ciò che ho visto con i miei occhi».