«La situazione del settore autotrasporto a Rimini è grave. Il prezzo del gasolio è fuori controllo. Cresce di giorno in giorno. Oggi (ieri, ndr) siamo a 2,15 euro al litro. Lunedì arriveremo, addirittura, a 2,20 euro al litro. Se questa folle corsa non si fermerà, da qui ad un mese molte ditte dovranno mettere in cassa integrazione i propri camionisti». Matteo Fabbri, responsabile Fita-Cna, si fa portavoce delle aziende del trasporto su gomma e disegna uno scenario a tinte fosche: «Se la guerra in Iran non finirà presto, se lo stretto di Hormuz non sarà riaperto e le petroliere non riprenderanno a circolare con regolarità, l’intero comparto entrerà in crisi».
Rimini, Gasolio impazzito, allarme autotrasporti: «Così sono a rischio migliaia di lavoratori»
- 25 luglio 2026
Il quadro della situazione
Lo dicono i numeri. Lo confermano i conti che gli imprenditori riminesi - padroncini o imprese strutturate – stanno facendo in questi giorni. «E’ sufficiente fare una semplice operazione matematica per comprendere lo stato d’animo dei trasportatori – sottolinea Fabbri -. Moltiplicare, cioè, il prezzo medio al litro del gasolio sul territorio (2,2 euro), per i 500 litri di capienza-serbatoio di un tir, e come risultato avremo un aumento di spesa del 29% per ogni pieno: 1.100 euro il costo odierno, 850 euro quello del periodo pre-guerra, quando il carburante viaggiava intorno a 1,7 euro al litro.
Le prospettive
Un aumento di 250 euro a pieno. Insostenibile se pensiamo che un tir consuma un litro di carburante ogni 3 km percorsi».
Per un settore dell’autotrasporto che, in provincia di Rimini, comprende 881 imprese, «già in calo dell’1% nel 2025 sul 2024, che a sua volta aveva subito una perdita di ditte dell’1,9% sul 2023».
Si tratta di aziende dalla dimensione media di 4 addetti ciascuna, per un totale di circa 3.500 lavoratori regolarmente assunti. «Che – avverte il responsabile Fita-Cna -, rischiano di finire in cassa integrazione o di rimanere senza impiego».
Le richieste
E, allora, visto che la voce carburante nel bilancio di un’azienda dell’autotrasporto, incide per il 35%, la Cna chiede al governo di «rendere obbligatorio, per legge, l’adeguamento del prezzo del trasporto al prezzo del gasolio». In sostanza il contratto col committente dovrà variare in base al costo al litro, alla pompa, del carburante. Col conseguente aumento dei prezzi al consumo di tutti quei prodotti che viaggiano su gomma, alimentari in primis. «Del resto – precisa il sindacalista - è quello che abbiamo visto accadere ad ogni conflitto, anche per la guerra in Ucraina fu così. Almeno, con l’adeguamento automatico dei contratti sarà tutto regolamentato per legge». Nessuna richiesta di riduzione delle accise, dunque. «No, perché è un’azione che incide poco in termini di riduzione del prezzo del carburante. Senza considerare che erode tutto il recupero del credito d’imposta». In un Paese, l’Italia, dove le tasse pesano sul costo del carburante per più del 50% del totale.
Il confronto
«Vi dico solo questo – conclude, stizzito, Fabbri -. Da noi l’incidenza fiscale su un litro di diesel o benzina è pari al 52,4%: cioè su 2,2 euro al litro di gasolio, il 52,4% di spesa se ne va in tasse, il resto è il costo reale del carburante. Mentre in Francia è del 47,9%, in Germania del 40,4% e in Spagna è solo del 32,1%. Con le accise, qui da noi, a fare sempre di più la voce grossa: sul 52,4% di incidenza fiscale, infatti, il 34,4% è rappresentato dalle accise».