Una Romagna che programmi insieme infrastrutture, sviluppo e attrattività, senza strappi e senza tentazioni autonomiste. Dopo l’assemblea di venerdì al Pala de André di Ravenna, il presidente di Confindustria Romagna, Mario Riciputi, torna sul progetto Città Romagna e sulla richiesta rivolta alla Regione: aprire un confronto sul riordino amministrativo per arrivare a un governo unitario del territorio.
Riciputi (Confindustria): “Occorre una visione che superi i campanili”
- 04 ottobre 2026
Presidente, nella relazione chiede alla Regione di aprire un confronto sul riordino amministrativo per creare «le premesse normative e amministrative per un governo unitario» della Romagna. In concreto come se lo immagina? Una secessione, un’area vasta, un ente di coordinamento? E ne avete già parlato con il presidente dell’Emilia Romagna, Michele de Pascale?
«Non siamo ancora entrati negli aspetti applicativi. Il filo logico del nostro ragionamento è questo: vediamo la necessità di una programmazione economica e infrastrutturale unitaria, che corrisponda al perimetro della Romagna, e di progetti che non abbiano solo una valenza locale ma un respiro più ampio, capace di coinvolgere tutto il territorio. Quest’anno la Regione ha approvato una delibera di giunta che parla di riordino amministrativo e di delega di poteri alle Province. Prevede che ogni Provincia elabori un proprio piano strategico, e solo alla fine si parla dell’opportunità di un coordinamento tra Province per valutare le sinergie. Secondo noi questo processo dovrebbe iniziare prima, con momenti di confronto e di dialogo per mettere a fattore comune opportunità e sinergie. Senza prescindere dalle specificità dei territori, ma cercando di coordinare le opportunità comuni. La Regione ci ha dato un segnale positivo e nei prossimi mesi prenderà il via un dialogo per capire i passaggi essenziali. Non c’è alcun intento secessionista: è un tema di programmazione e di attività sul territorio, per dare maggiore efficacia e soprattutto maggiore attrattività alla Romagna. Penso al multicampus universitario. Oppure al tema della casa, sollevato dal sindaco ravennate Alessandro Barattoni: è decisivo per gli studenti e per la crescita del sapere, ma è vitale anche per le imprese, che faticano a trovare personale anche perché l’offerta abitativa è inadeguata».
La competizione non avviene più tra singoli comuni ma tra ecosistemi territoriali. Quali dossier sta perdendo oggi la Romagna perché divisa? Porti, aeroporti, fiere, università, infrastrutture?
«Uno dei temi fondamentali sono le infrastrutture, dove emerge la necessità di un quadro d’insieme, programmatico e integrato. Spesso ci si avvita su questioni di importanza marginale, come il nome dell’aeroporto. I temi veri però sono altri. Il punto di fondo è aumentare il numero di passeggeri che arrivano in Romagna, che ne ha bisogno più di quanti ne arrivino oggi».
Confindustria Romagna è nata dieci anni fa ed è cresciuta nel tempo. Se l’unione degli industriali ha richiesto anni, quanto è realistico pensare che i campanili istituzionali facciano lo stesso?
«Lo ritengo realistico, perché è un processo guidato dal bisogno, non da un’esigenza astratta o ideologica. Credo che questa necessità ci sia e spingerà al superamento dei campanili. Vedo anche una buona capacità di dialogo istituzionale: al di là di qualche polemica più accesa in consiglio comunale, tra i sindaci c’è dialogo e capacità di confronto. Ci sono premesse interessanti e positive, e nelle tre grandi città abbiamo anche sindaci giovani, con energie e obiettivi: questo mi fa ben sperare. Prendiamo il porto di Ravenna: dovrà avere un ruolo centrale non solo per la città, ma per l’Emilia-Romagna e per una parte significativa del Nord Italia. Potrà diventare l’entry point di un asse di flussi e logistica verso il Nord e l’Europa. Ovviamente attorno a Ravenna serve un’infrastrutturazione che riguarda altri Comuni e altre autorità, e con la Zona logistica semplificata questo dialogo tra amministrazioni sta andando avanti. Un esempio perfetto è quello dei flussi commerciali tra lo scalo marittimo e il distretto della ceramica: non si può gestire senza una visione d’insieme dei problemi infrastrutturali e logistici».
De Pascale ha parlato di «oggettivo deficit infrastrutturale» della Romagna. Sul tema aeroportuale il ragionamento è partito. Qual è l’opera che la Città Romagna dovrebbe pretendere per prima da Ferrovie e Anas?
«Entrambe, non c’è una priorità. Un tema fondamentale, che credo conosca qualunque cittadino che si sposta, è il nodo di Bologna, assolutamente problematico e condizionante per tutta la Romagna. C’è un accordo importante, quello dell’allargamento con nuove corsie tra Castel Bolognese e Bologna. Su queste tematiche vanno fatte sempre valutazioni di prospettiva, non sui bisogni del presente, ma su quelli di domani, quando le traiettorie si intersecheranno. Se ipotizziamo la crescita delle imprese, del porto e del turismo, dalla somma nasceranno flussi di mobilità maggiori. Da questo punto di vista l’allargamento della tangenziale offre un beneficio, ma non crediamo che sia la soluzione definitiva ai problemi di traffico da e verso la Romagna: dopo il grande beneficio dell’allargamento fino a Bologna, penso che l’attuale struttura non sarà comunque adeguata. L’idea del Passante nord purtroppo è stata archiviata, ma si ragiona su un asse di scorrimento tra Ravenna e Ferrara, che sarebbe un’opportunità verso il Nord-Est. Questi potenziamenti sarebbero positivi e darebbero un contributo al problema del nodo di Bologna. Ferrovie e strade però devono procedere insieme: abbiamo bisogno della viabilità e dell’alta velocità. La strada serve per respirare, la ferrovia per portarci le persone in modo più rapido, dinamico e moderno, soprattutto in un’ottica di integrazione con gli aeroporti».
Nell’assemblea di venerdì è emerso che le vostre imprese associate crescono del 4,5%, mentre de Pascale ha ricordato 30 mesi di calo della produzione industriale. Stiamo parlando della stessa economia?
«Per certi aspetti sono due facce della stessa medaglia, anche se ci sono elementi che non appaiono omogenei. Sull’export abbiamo segnali precisi: le nostre imprese stanno sviluppando la capacità di penetrare i mercati esteri. La produzione industriale è invece un dato aggregato che riguarda tutti. La discrasia, mi passi il paragone ciclistico, sta nel fatto che il gruppo si sgrana un po’. Ci sono imprese veloci e agili che crescono e si sviluppano rapidamente e imprese di dimensioni minori, più obsolete per prodotti e tecnologie. Abbiamo un gruppo di testa che va veloce e un gruppo centrale, o di coda, che fatica a tenere il passo. Qui può esserci la chiave per leggere dati apparentemente divergenti. È anche il motivo per cui abbiamo insistito sull’innovazione tecnologica come necessità fondamentale per le imprese, e sulle potenzialità delle tecnologie digitali avanzate, intelligenza artificiale ma non solo. L’intelligenza artificiale elabora dati: se sotto non si è consolidato un processo di trasformazione digitale, con dati solidi, analitici e scalabili, avremo un grandissimo motore ma senza la base per farlo funzionare. Digitalizzazione e robotizzazione sono le strade per aumentare produttività e valore aggiunto, che sono la soluzione ai problemi di continuità delle imprese».
Proponete di «federare» i dati delle imprese romagnole per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Ma, tornando all’aspetto del campanilismo, imprese concorrenti metteranno davvero in comune i propri dati?
«È un’osservazione giusta, ed è un tema che si porrà. Abbiamo il dovere di far comprendere che oggi i processi concorrenziali hanno la caratteristica della “coopetizione”: competizione, ma anche cooperazione, con azioni fatte nell’interesse comune che danno un vantaggio a tutti. Venerdì mattina sono stato ai 25 anni di un’importante azienda di Cesena, la Onit. Una docente universitaria di informatica ha spiegato come si stia lavorando per coniugare la potenza dei grandi modelli con applicazioni di intelligenza artificiale verticale, commisurate alla specificità delle singole aziende. I modelli generalisti hanno una capacità di calcolo che quelli verticali, più piccoli, non riescono ad avere. Bisogna quindi partire dai modelli generalisti e, quando servono soluzioni specifiche a problemi produttivi o di protezione dei dati, integrarli con modelli specifici, allenati a partire da quelli più ampi. Ha parlato anche di metodologie per proteggere i dati: le informazioni vengono acquisite, ma attraverso una serie di processi perdono la loro identità. Non si può più risalire ai dati della singola azienda, e così si mettono a fattore comune elementi che diventano patrimonio di tutti. Il problema comunque esisterà».
Per attrarre persone servono, scrive nella sua relazione, «retribuzioni soddisfacenti». Le imprese romagnole pagano abbastanza?
«La questione è complessa, e anche al nostro interno ci sono realtà diverse. Abbiamo una serenità di fondo confermata dai numeri che il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha citato all’assemblea: il 95% dei contratti è stato rinnovato nell’ultimo anno oppure non è ancora scaduto. Sul piano delle relazioni industriali significa che il sistema tende a una sostanziale correttezza negoziale per riconoscere il livello retributivo più giusto possibile. Il grande spazio sta nei contratti di secondo livello, legati alla produttività che ogni singola azienda riesce a esprimere: la retribuzione va messa in relazione alle singole realtà. Credo si debba lavorare per attrarre i giovani anche con forme retributive più incentivanti, cercando di colmare i divari con l’estero. Chi va a Londra o in Svizzera trova stipendi più alti, ma poi bisogna guardare anche al potere d’acquisto. Se riuscissimo a mettere in atto politiche abitative che offrano ai giovani case a prezzi vantaggiosi e di buona qualità, sarebbe già un passo. Il tema va integrato in una politica generale di accoglienza e attrattività. Sono convinto che ai giovani, soprattutto a quelli con un’alta scolarità, percorsi post universitari e professionalità elevate, occorra dare retribuzioni più alte. Non è un costo, ma un investimento».
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