Era un nome storico dell’imprenditoria ravennate, con 50 anni di attività e decine di dipendenti. Ma dal 4 maggio scorso, una sentenza del tribunale di Ravenna ha messo nero su bianco la parola “fine” sulla storia della Tavar, dichiarando la liquidazione giudiziaria. Sono quattordici le lettere di licenziamento partite: sei dirette agli operai rimasti, le altre per il personale amministrativo e dirigenziale che ha gestito gli ultimi difficili mesi dell’azienda che operava nel settore dei pavimenti in legno.
«Un insieme di scelte sbagliate e operazioni che purtroppo non si sono concretizzate» . Così il sindacalista della Uil Antonio Pugliese sintetizza i motivi dell’ esito amaro di una vertenza cominciata con i primi preoccupanti segnali nel 2022.
«Fino all’ultimo - spiega - abbiamo tentato di evitare un epilogo come questo. Un peccato, perché la Tavar aveva ancora clienti e il suo marchio continuava a essere apprezzato». Tra i motivi del declino definitivo dell’azienda ci sarebbe anche la joint venture saltata con un’altra impresa del settore: la bolognese Gazzotti, con cui - spiega Pugliese - si sarebbe dovuto costruire un polo da circa 7 milioni di euro di fatturato complessivo. «Tavar si attestava intorno ai 4,8 milioni, mentre l’altra azienda sui 3,5 milioni. Era un progetto industriale che avrebbe potuto dare sostenibilità al comparto. ma che non si è mai concretizzato». Non è servita nemmeno, nel 2024, la ricapitalizzazione fatta dalla proprietà, la famiglia Ravaglia, per garantire la continuità aziendale.
Alla guida operativa della società, negli ultimi anni, c’è stato l’amministratore unico Massimiliano Bassetti, che nel febbraio 2026 ha comunicato la «non continuità aziendale» poi sfociata nell’istanza depositata in tribunale il 27 marzo scorso, dopo mesi in cui erano già stati proposti incentivi all’esodo e si era fatto ricorso alla cassa integrazione. Un percorso che aveva portato da 24 a 14 i dipendenti.
«Col tempo – aggiunge il sindacalista – è cresciuta la sensazione che il peso della crisi ricadesse quasi esclusivamente sui lavoratori».
Tra i passaggi più delicati, proprio la progressiva perdita di interlocuzione diretta con la proprietà. «Una fase in cui molti lavoratori hanno avuto la sensazione che nessuno volesse più metterci la faccia», sottolinea Pugliese.
«Per me è stata una mazzata – commenta un dipendente che preferisce restare anonimo – Non avrei mai immaginato una lettera di licenziamento dopo anni di lavoro. Non ho mai capito cosa sia successo davvero, ma già da mesi era come se fuori si sapessero cose che a noi sfuggivano. Ora spero di poter trovare presto una ricollocazione, ma mi rendo conto che alla mia età non sarà facile».
Intanto il curatore fallimentare, Claudia Cecco, ha già fissato la prima udienza per l’adunanza dei creditori che si terrà a metà settembre. Dal 4 maggio, però, la storia della Tavar è già nell’archivio di una città sempre meno industrializzata.