Ravenna, muore in carcere a soli 21 anni: esclusa la pista del suicidio

Mohamed Samih voleva tornare a casa. Da uomo libero o detenuto non gli importava, purché fosse di nuovo in Marocco. Era disposto a scontare la pena là in caso di un’eventuale condanna per i reati commessi in Italia, a Lugo, dove viveva con la famiglia prima di finire in carcere. Era questo il desiderio che aveva espresso al suo avvocato, il quale aveva già imbastito le pratiche quando, ieri mattina, ha scoperto che il giovanissimo assistito giovedì scorso è morto in una cella del penitenziario di Parma, dov’era stato trasferito dalla casa circondariale di Ravenna.

Aveva solo 21 anni Mohamed, era giovane ma già segnato dall’alcol, dalle droghe che l’avevano spinto nella spirale della depressione. Eppure non si sarebbe tolto la vita. E’ questo uno degli aspetti finora emersi nel corso delle indagini avviate dalla Procura di Parma, che ha aperto un fascicolo per fare luce sulle cause del decesso.

Violenze in casa

Mohamed era stato arrestato nei mesi scorsi. Doveva rispondere di maltrattamenti in famiglia, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate. A pesare sulla sua posizione, lo scorso 24 marzo, era stato il rapporto travagliato con i genitori. Gli si contestavano violenze verbali, intimidazioni e atteggiamenti aggressivi, tali da rendere la convivenza mortificante e insostenibile. Alle offese seguivano puntualmente anche le minacce di morte o inquietanti promesse di bruciare la casa. Esasperati, madre e padre avevano chiamato i carabinieri, i quali erano stati costretti a fronteggiare a propria volta i tentativi del ragazzo di colpirli con pugni, brandendo anche un coltello recuperato in casa. Era dovuto intervenire anche il personale sanitario per sedarlo e riportarlo alla calma prima di portarlo in carcere a Ravenna, come richiesto dal sostituto procuratore Stefano Stargiotti alla luce della gravità dei fatti accaduti e del rischio di lasciarlo a casa con la famiglia.

La richiesta di trasferimento

Il trasferimento a Parma forse è avvenuto in virtù di certe dinamiche interne alla gestione dei detenuti da parte dei penitenziari del territorio. E da qui aveva espresso il desiderio al proprio legale di scontare la pena in Marocco. Si tratta di una misura prevista dall’ordinamento, ma per la quale erano necessari precisi passaggi tecnici, oltre all’accordo tra i due Paesi. Ha tuttavia impiegato meno tempo il decreto di giudizio immediato notificato a metà maggio a firma del giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti.

Il difensore del 21enne, l’avvocato Saverio Caruccio, aveva preparato la richiesta di applicazione della pena alternativa, funzionale a chiedere poi il trasferimento in Marocco. Ieri ha appreso della morte del giovane, sulla quale restano ancora aperti gli interrogativi.

Il ragazzo è stato trovato senza vita nella mattinata di giovedì all’interno della sua cella, nella stessa sezione della media sicurezza in cui lo scorso 30 aprile un detenuto cubano di 29 anni si è tolto la vita. Esclusa in questo caso l’ipotesi del suicidio, ora la Procura dovrà di sciogliere il mistero sulle cause della morte prematura che ha impedito a Mohamed di tornare a casa.

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