Aveva male all’anca al punto da non riuscire ad alzarsi. L’intervento l’avrebbe rimesso in piedi. Erano questi i patti. Ma non è andata come previsto. All’intervento ritenuto necessario ne è seguito un altro per tamponare i danni creati dal primo. Colpa - si è poi scoperto - di un’infezione dovuta a un ambiente operatorio non adeguatamente sterile. E’ quanto ha accertato il tribunale civile, con una sentenza a firma del giudice Massimo Vicini che condanna una clinica ravennate a risarcire il paziente con 111.333 euro, oltre al pagamento delle spese processuali e di altri 1.830 euro a titolo di rimborso dei costi sostenuti per visite, medicinali e assistenza post-operatoria.
Ravenna, grave infezione dopo intervento all’anca, risarcimento da 111mila euro
- 14 giugno 2026
Infezione in clinica
Stando alla relazione depositata dai consulenti nominati dal giudice, non ci sono dubbi sui «chiari profili colposi ascrivibili al personale sanitario» all’origine di un’infezione delle protesi utilizzate. Sono riconducibili alla mancata sterilità riscontrata in occasione dell’intervento eseguito il 31 ottobre del 2018. Difficile stabilire che cosa nello specifico fosse infetto, se strumentazione, ambienti o abbigliamento dei sanitari. Di certo il paziente non avrebbe avuto bisogno di tornare in sala operatoria se il personale della clinica avesse adottato «una condotta maggiormente diligente, prudente e perita» nella gestione dei vari step dell’intervento.
«Qualcosa non ha funzionato»
Il risarcimento chiesto dall’anziano in realtà ammontava a più del doppio di quanto riconosciuto, toccando i 243.816 euro. Tuttavia il giudice attesta che all’ingresso in clinica le condizioni dell’uomo erano a tutti gli effetti critiche, tanto da rendere l’operazione davvero urgente. Il decorso post operatorio avrebbe comunque reso necessaria l’assistenza giornaliera di alcune ore, a prescindere dalla buona riuscita o meno del trattamento. Motivo per cui la sentenza non liquida al paziente le spese legate all’aiuto domiciliare.
Quanto al resto, dolori, deambulatore per passeggiare, medicinali, e nuovo intervento chirurgico, ecco, quelli non sarebbero stati necessari se tutto fosse stato condotto a regola d’arte. Perché - parole dei consulenti, riprese dal giudice - quella complicanza era «prevedibile, prevenibile e solitamente evitabile utilizzando le comuni norme di asepsi». In sintesi, la colpa viene imputata alla struttura, all’interno della quale è «molto probabile che qualcosa non abbia funzionato a dovere».