Disuguaglianze, la Cgil: “Emilia-Romagna felix, un ricordo: in 3 anni i dipendenti hanno perso l’8% del potere d’acquisto” VIDEO

BOLOGNA. L’Emilia-Romagna ‘felix’? “Un ricordo”, sentenzia il segretario regionale della Cgil, Massimo Bussandri, commentando l’analisi su redditi, disuguaglianze e povertà realizzata dall’Ires. Insomma, la terra dove si produceva e redistribuiva ricchezza sta cambiando pelle e vede incrinarsi il mito di isola felice che l’ha sempre accompagnata, sotto la spinta di disparità crescenti: lavoro sempre più povero e precario, redditi da lavoro dipendente e pensione che non tengono il passo dell’inflazione, a differenza di quelli da lavoro autonomo, che crescono più dell’indice dei prezzi. “Non siamo tutti nella stessa barca: c’è chi affronta questa fase sul panfilo e chi in barca a remi”, protesta Bussandri, chiedendo di mettere il lavoro al centro del rinnovo del Patto per il lavoro e per il clima a cui sta lavorando la Regione. Del resto, l’andamento dei redditi tra 2022 e 2024 parla chiaro: a fronte di un’inflazione del 14,%, i redditi da lavoro e da pensione sono aumentati del 7,6% (+7,9% nel settore privato, +7,7% nel pubblico) e del 12,1%, mentre per autonomi, professionisti e imprenditori la crescita è stata superiore al 19%. Dunque, per i lavoratori dipendenti la perdita del potere d’acquisto è stata dell’8%. Le disuguaglianze riguardano, inoltre, i generi, i settori produttivi, i territori.

Maggiore è la presenza di manifattura, più alti sono i salari (+9,3% a Modena): in Emilia-Romagna la paga media è di 120 euro lordi al giorno, ma si va dai 127 euro a Bologna ai 103 euro di Rimini, dove è prevalente l’industria del turismo. Nel 2024 la regione contava 1,6 milioni di lavoratori dipendenti (esclusa l’agricoltura) nel settore privato: di questi solo il 50,5% ha lavorato a tempo pieno tutto l’anno, percentuale che scende al 35% per le donne e al 20% ancora una volta a Rimini, dove i contratti sono spesso legati alla stagione turistica.

Il part-time, svelano i dati presentati dal presidente dell’Ires, Giuliano Guietti, e dalla ricercatrice, Fabjola Kroda, riguarda il 44,3% delle donne (contro il 28,3% degli uomini). Così, se il reddito annuale medio in regione è di 26.377 euro, si scopre che la retribuzione delle lavoratrici è inferiore del 31% a quella degli colleghi, quelle degli extracomunitari più bassa del 35% e quella dei giovani del 42,6%. Nel settore dell’alloggio e della ristorazione i salari sono inferiori alla media anche del 70% rispetto alla manifattura: 11.407 euro contro 31.798 euro e paghe giornaliere di 80 euro lordi, 8 euro l’ora. Quasi il 30% dei dipendenti privati non agricoli in regione ha percepito nel 2024 una retribuzione inferiore ai 15.000 euro annui e si può stimare che il 2,6% (oltre 19.000) abbiano lavorato con una retribuzione oraria inferiore ai 10 euro.

Dinamiche salariali che favoriscono l’impoverimento di fasce sempre più ampie della popolazione regionale. Il rischio di povertà in Emilia-Romagna nel 2024 è passato dal 7,4% al 10,1% (la media nazionale è del 23,1%) della popolazione ed è legato anche alla bassa intensità lavorativa. Intanto, crescono le spese: in media se ne vanno ogni mese circa 3.085 euro, per lo più in spese per la casa, dall’affitto alle bollette. “In un contesto di declino del Paese, che il governo prova a nascondere sotto il tappeto, l’Emilia-Romagna non può più crogiolarsi nel mito dell’isola felice. Povertà e disuguaglianze sono più ridotte rispetto al resto dell’Italia, ma è aumentato il rischio di povertà. E giovani sono in condizioni peggiori rispetto alle precedenti generazioni, nonostante abbiano spesso un titolo di studio più alto”, osserva Bussandri. “L’Emilia-Romagna ‘felix’ è un ricordo del passato. E senza lavoro stabile si fa anche fatica ad alimentare il welfare. Metà di chi lavora, lavora in modo precario, discontinuo o a tempo ridotto. Assistiamo alla contrazione della manifattura e chi viene espulso trova impiego in settori più fragili. Per questo dobbiamo difendere con le unghie e con i denti il sistema manifatturiero, impedendo i licenziamenti unilaterali e pianificando, anche a livello regionale, un rilancio industriale”, esorta il sindacalista. “La perdita del potere acquisto è dovuta all’aumento dei costi. C’è un tema ‘caro casa’ che impatta sulla tenuta dei redditi e sulla tenuta del lavoro. In Emilia-Romagna il 91,5% dei contribuenti sono pensionati e dipendenti, che pagano il 90% dell’Irpef: non può reggere un sistema in cui la parte più povera della società paga i servizi per tutti”, ammonisce.

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