Dall’Iran alla Romagna, mezzo migliaio di studenti tra angoscia, speranza e i soldi che sono finiti. Il racconto

Sono più di mezzo migliaio gli studenti iraniani che frequentano l’Università di Bologna nelle sedi romagnole (370 a Rimini, 88 a Ravenna, 48 a Forlì, 39 a Cesena). Una presenza importante consolidata nel corso degli anni. Oggi per queste ragazze e per questi ragazzi sono giornate di angoscia. Le comunicazioni sono quasi azzerate e la repressione ha portato a migliaia di morti. Ieri sera era dato per imminente un attacco degli Usa.

La perdita della borsa di studio

Per gli studenti l’angoscia di non avere informazioni dai loro cari si somma ai problemi. Accettano di parlare ma è necessario garantire l’anonimato. Altissimi i rischi di ritorsioni anche contro i familiari. «Io sono venuta in Italia da qualche anno e studio a Forlì», spiega una studentessa. «Durante i 12 giorni di guerra con Israele molti non sono riusciti a tornare e a partecipare agli esami e non hanno potuto ottenere crediti sufficienti e hanno perso la borsa di studio. Molti di loro con questo blackout non possono contattare le loro famiglie per ricevere denaro e pagare l’affitto o le tasse universitarie e anche se riattivassero Internet ci vorranno giorni e settimane prima che la situazione si stabilizzi. A questo si aggiunga il fatto che nonostante si dica che l’università è internazionale molti uffici e responsabili hanno ancora problemi con l’inglese e molti annunci sono pubblicati solo in italiano. Ma la gente della Romagna è stata gentile con me. La famiglia che mi ospita nella sua casa mi ha trattata come una figlia».

La ragazza è qui da sola. «Tutta la mia famiglia vive in Iran. Ho parlato con loro in videochiamata l’8 gennaio poco prima del blackout digitale. Non ci siamo sentiti fino a stamattina quando sono riusciti a chiamarmi per qualche minuti. Al momento solo loro possono contattarci, quando riescono, e non noi dall’estero. Prima di sentirli ero preoccupatissima perché di solito il blackout digitale significa solo una cosa: sta per succedere qualcosa di grave. Quindi, o sono coinvolti nemici stranieri o le proteste si stanno intensificando. Sono ancora preoccupata perché non ho ancora un’idea chiara di cosa stia succedendo esattamente e pochi minuti di conversazione non bastano. Ho ancora molti amici lì di cui non ho notizie».

Per informarsi la studentessa cerca più canali. «Cerco di coprire diverse fonti di informazione e diversi punti di vista ma non posso essere sicura della realtà. Non sono lì e chiunque può alterare e manipolare le notizie a proprio vantaggio».

La giovane iraniana non se la sente di fornire ricette per risolvere i problemi del Paese. «Dico solo una cosa: se un governo è veramente sicuro della propria legittimità e crede che il popolo lo sostenga, allora non dovrebbe avere problemi con un referendum che chieda al popolo se lo vuole ancora o no». Il futuro? «Finché non ci saranno miglioramenti nella situazione del mio popolo, farei del mio meglio per rimanere e costruirmi una vita fuori dal Paese. Qui posso trovare un lavoro, costruire una comunità e avere la speranza di avere un futuro migliore e raggiungere i miei obiettivi. Ma se la situazione all’interno del Paese cambia e l’isolamento politico e i problemi economici vengono risolti, non solo io, ma penso che la maggior parte dei giovani iraniani tornerà per ricostruire e contribuire alla crescita del Paese».

«Stato di ansia costante»

Problemi di ricevere i soldi per l’affitto e le altre spese sono comuni. «La situazione è difficile anche per me - racconta un altro studente che è a Forlì per studiare -. Mi trovo bene in Romagna perché, per clima, persone e stile di vita, è molto simile alla mia regione di origine».

Si dice «profondamente preoccupato». Perché «i miei genitori, i miei parenti e la maggior parte dei miei amici vivono in Iran. Sono il primo migrante della mia famiglia. Recentemente è stato possibile solo per loro chiamarmi tramite linee fisse, ma io non posso. Le comunicazioni sono molto difficili e costose, e temiamo che con l’inasprimento della legge marziale anche queste vengano completamente interrotte. Vivo in uno stato di ansia costante, come molti altri iraniani all’estero. Cerchiamo di restare funzionali e continuare a costruire la nostra vita, ma la preoccupazione per quello che sta accadendo nel nostro Paese è continua».

Il giovane si tiene informato attraverso i canali social, canali di informazione indipendenti e contatti diretti. «In alcuni casi le informazioni arrivano tramite connessioni satellitari come Starlink, che però sono molto rare e costose. Allo stesso tempo il governo diffonde molta disinformazione, anche per colpire la diaspora iraniana».

Soluzioni? «Credo che la soluzione possa arrivare solo con la fine dell’attuale regime, soprattutto attraverso la volontà del popolo iraniano. Un sostegno internazionale potrebbe essere decisivo, perché le forze armate iraniane non stanno proteggendo i civili, nonostante sia un loro dovere costituzionale. L’alternativa è un aumento della repressione, più vittime, isolamento totale del Paese e una crisi economica irreversibile. Il governo iraniano è un regime repressivo che viola sistematicamente i diritti umani, reprime il dissenso con la violenza, oscura le comunicazioni e non rappresenta la volontà del popolo. Ha distrutto le prospettive future di intere generazioni».

Il futuro? «Il futuro è incerto, ma per la prima volta dopo molti decenni vedo una possibilità di cambiamento. Il mio obiettivo è crescere professionalmente qui, ma il mio sogno resta quello di tornare un giorno in un Iran libero, con migliori condizioni di vita, per poter costruire il mio domani nel mio Paese».

Il figlio dello Scià

«Qui in Italia e in particolare in Emilia-Romagna», aggiunge un altro studente del polo romagnolo, «la numerosa comunità studentesca iraniana sta reagendo con forza, seppur con visioni contrastanti, alla nuova ondata di proteste contro il regime. A Forlì, tra i corridoi universitari e le piazze, è quasi impossibile trovare una voce a favore delle politiche della Repubblica Islamica. Il denominatore comune che unisce quasi tutti gli iraniani all’estero è il rifiuto della violenza del governo contro i manifestanti. Tuttavia, se l’opposizione al presente è unanime, il dibattito sul futuro spacca profondamente la comunità in due visioni che, se non riconciliate, rischiano di generare nuove ostilità».

Uno dei temi è quello del ruolo di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. «Per una parte significativa della popolazione, la dinastia Pahlavi resta un simbolo di progresso e modernizzazione, elementi di cui il Paese ha oggi un disperato bisogno».

«Molti studenti iraniani in Italia», aggiunge però, «sostengono che non vi sia differenza strutturale tra un “Ayatollah” e uno “Scià”, individuando il problema nel concetto stesso di potere assoluto concentrato nelle mani di un singolo individuo. Questa fazione spinge per un sistema di pesi e contrappesi, temendo che il ritorno a un passato monarchico possa essere solo un altro volto. Il popolo iraniano si trova nuovamente a dover scegliere se affidarsi a un leader carismatico o alla forza delle istituzioni. Ma in questo momento di estrema fragilità, aggravato dalle difficoltà finanziarie e dall’angoscia di non poter contattare i propri cari a causa del blocco di Internet, il mio appello agli iraniani in Italia è uno solo: la gentilezza. Siamo tutti vittime dello stesso regime che ha voltato le spalle al suo popolo. Che l’Iran del domani sia guidato da un Re o da un Presidente, nulla può garantire il successo se non saremo capaci di restare uniti. Il primo passo per qualsiasi cambiamento reale è la tolleranza verso le opinioni politiche altrui».

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