All’età di 90 anni, Vittorio Saiani, qualche giorno fa, ha chiuso gli occhi per sempre. Quegli stessi occhi con cui, quando aveva appena 9 anni, insieme a tre fratelli di poco più grandi, aveva visto morire sua mamma, a seguito dell’esplosione di una bomba davanti alla casa a Villachiaviche, dove stava cuocendo una piadina. Mancavano soli due giorni alla Liberazione di Cesena dal nazifascismo.
Quell’esperienza lo aveva segnato per sempre e ne aveva fatto dolorosamente un faro per indicare il cammino alle nuove generazioni, raccontando instancabilmente gli orrori della guerra e del nazifascismo. Soprattutto nel circolo Arci di Bagnile, di cui era assiduo frequentatore.
Proprio davanti a quel locale, impugnando bandiere politiche identitarie, mercoledì scorso tante persone, nonostante la calura insopportabile, hanno voluto stringersi attorno alla sua bara per l’ultimo saluto, in una cerimonia in forma laica, iniziata con la partenza del feretro dall’obitorio del Bufalini e conclusasi con la cremazione. A piangere la perdita di quell’uomo ma anche a sentirsene fiere sono state, innanzitutto, le figlie Cinzia, Grazia e Paola, con i loro mariti Claudio, Andrea, Elmo , e ancora le nipoti Valentina ed Ursula con Gianni ed Emmanuele, i pronipoti Nathan e Leonardo e la badante Anna, che si è presa cura di Vittorio dopo che è rimasto vedovo quattro anni fa.
Nel ricordarlo, le figlie lo hanno definito «un uomo speciale, un grande bagnilese, una persona buona, cordiale e capace di andare veramente d’accordo con tutti, dai più giovani ai meno giovani». Uno che «al bar amava parlare di politica e di attualità: era sempre informatissimo su tutto e non gli sfuggiva mai nemmeno un dettaglio. È stato una vera colonna del circolo Arci di Bagnile. Finché la salute glielo ha permesso, la sua presenza non è mai mancata: gli piaceva stare in compagnia, chiacchierare, raccontare, ed era sempre a suo agio soprattutto con i ragazzi». Ed era una preziosa memoria vivente, che ora le figlie e la comunità di Bagnile intendono trasmettere alle nuove generazioni, anche fuori dalla cerchia familiare. «Con la sua grandissima memoria - hanno sottolineato - amava condividere con i più giovani i ricordi del periodo della guerra, storie che oggi a noi sembrano quasi irreali. Raccontava la miseria e le immani disgrazie sofferte dalla sua famiglia durante il secondo conflitto mondiale. Tra i ricordi più dolorosi, quello della mamma, strappatagli via da una bomba proprio davanti ai suoi occhi quando era solo un bambino, e le immense difficoltà che la sua famiglia dovette affrontare nel dopoguerra».
La figlia maggiore Cinzia ricorda che quando ne parlava scoppiava a piangere, coinvolgendo anche lei in quel dolore. E di quell’episodio ci sono aspetti sconvolgenti, che fanno ben capire la mostruosità di ogni guerra e una delle imperdonabili colpe del regime fascista: la decisione di trascinare l’Italia in guerra, al fianco della Germania nazista. Il giudizio di Vittorio su quella pagina nerissima della storia italiana è sempre stato durissimo. Un particolare fa venire i brividi: per venti giorni, il corpo della povera mamma di Vittorio, a cui una scheggia di una granata esplosa nelle vicinanze trapassò il collo, facendola morire dissanguata, fu avvolto in un lenzuolo e tenuto in una fossa scavato nel pavimento in terra battuta sotto il tavolo della cucina, finché non fu possibile una degna sepoltura. Altro retroscena: i figli della vittima hanno sempre pensato che le deflagrazione fatale non fosse stata una semplice azione di guerra, ma una rappresaglia contro il marito della vittima, per l’attività sindacale clandestina che conduceva nella fabbrica dove lavorava.
Le figlie del defunto, che anche negli ultimi giorni prima di spirare ha continuato a pronunciare il nome di sua mamma, continuano a raccontare così chi era: «Se dovessimo scegliere una sola parola per descrivere Vittorio, questa parola sarebbe lottatore. Ha dovuto lottare fin da piccolo contro la povertà, per poi dover combattere, da grande, contro tanti problemi di salute. Ha sopportato innumerevoli interventi chirurgici e prove fisiche difficili, ma ha sempre affrontato tutto a testa alta, senza mai lamentarsi, con un coraggio da leone e una tenacia incredibile. Non si è mai demoralizzato e, puntualmente, solo qualche settimana dopo un’operazione, era già di nuovo al bar a raccontare ciò che aveva passato, sempre con il sorriso sulle labbra». Un modo di affrontare la vita che ha dato una lezione a tutti, riassunta così da chi lo ha amato profondamente: «Non bisogna mai arrendersi e si deve sempre camminare a testa alta». E poi i valori che restano, ricordati così dalla figlia Cinzia: «Viva la libertà, abbasso la guerra e il nazifascismo. Si deve vergognare chi inneggia al fascismo e sparge odio razziale e contro chi è diverso».