«Vorrei entrare in un corpo militare ma non mi è concesso». A fare i conti con una situazione paradossale è Luca Venturelli, 22enne campione di atletica. Residente a Bellaria Igea Marina e autistico, questo talento indiscusso punta i fari sul Question Time discusso in Aula alla Camera dei Deputati il 7 ottobre scorso. Con l’occasione è stato denunciato il forte sbilanciamento e i limiti procedurali legati all’arruolamento degli atleti paralimpici. Nello specifico si è evidenziato che, mentre le categorie con disabilità fisiche e sensoriali hanno già trovato canali strutturati di inserimento lavorativo e sportivo nei corpi dello Stato, (secondo il decreto legislativo 36 del 2021) gli atleti con disabilità intellettivo-relazionale (afferenti alla Fisdir) riscontrano tuttora barriere nei bandi di concorso e nei requisiti di tesseramento interni ai singoli gruppi militari.
Bellaria Igea Marina. Campioni Fisdir ma senza divisa: «Vogliamo una chance»
- 10 ottobre 2026
I limiti dei bandi
La risposta del ministro competente Andrea Abodi ha mostrato la volontà di procedere pur segnalando che gli stessi corpi militari fatichino a pensare agli atleti con disabilità intellettiva e del neurosviluppo come candidati idonei. Questo, secondo Venturelli, perché c’è ancora una cultura «basata sullo stereotipo delle etichette legate alla diagnosi» e non si è abbastanza pronti per capire che ogni caso è unico e ha caratteristiche che vanno valutate nello specifico.
Così confrontandosi con altri medagliati, è scaturita una domanda: «Vinciamo le medaglie per l’Italia nel mondo, allora perché no?».
Tra l’altro la Costituzione, all’articolo 33, stabilisce che «la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme», riconoscendo lo sport quale strumento di partecipazione sociale, inclusione e piena realizzazione della persona.
«Ognuno di noi - commenta ancora il giovane - è unico aldilà dell’etichetta che gli viene affibbiata. Nel mio percorso sportivo, gareggio sia nel circuito degli atleti normotipici che in quello paralimpico degli atleti intellettivo relazionali.
Il primo mi sfida di continuo a dare il massimo, a spingermi oltre, il secondo invece valorizza le mie caratteristiche mettendomi in contatto con altri atleti che hanno storie incredibili di resilienza e rivincita sulla loro condizione».
Non è tuttavia la prima battaglia condotta dal belligeano. «Anni fa - spiega - sono venuto a conoscenza dei limiti che la nostra condizione ci impone a livello internazionale: non possiamo accedere alle paralimpiadi. Esistono regolamenti difficili da cambiare che aspettano tempi legati alla cultura e allo stereotipo della diagnosi.
Eppure siamo atleti di alto livello che si allenano e si preparano quanto un atleta normotipico, o come i paralimpici con disabilità fisica, che al contrario sono ammessi al circuito che conduce alle Paralimpiadi».