Si è spenta all’età 93 anni Rosanna Liverani, madre di Pierpaolo Minguzzi, lo studente e carabiniere di leva 21enne che fu sequestrato ad Alfonsine e assassinato nel 1987. Il ragazzo ora avrebbe compiuto i 60 anni e se quella fatidica notte di Pasquetta tra il 20 e il 21 aprile di 39 anni fa non fosse stato rapito, oggi avrebbe condiviso il lutto per la madre insieme al fratello maggiore Giancarlo, alla Sorella Anna Maria, genero, nuora, nipoti e pronipoti. Ma nel manifesto mortuario diffuso dai parenti il suo nome trova comunque spazio: perché le ceneri della compianta Rosanna - annunciano - «verranno tumulate nella cappella di famiglia accanto al suo caro Pierpaolo».
Si deve all’instancabile sete di giustizia covata da Rosanna Liverani, d’altra parte, la riapertura dell’inchiesta sulla morte del figlio. Non ha mai accettato che divenisse un cold case destinato a restare sepolto tra i casi classificati come irrisolti, dopo l’archiviazione negli anni ‘90. Il suo esposto depositato alla Procura di Ravenna diede lo slancio che portò nel 2018 alla riesumazione del corpo, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pm Alessandro Mancini e Marilù Gattelli. Tre le persone finite a processo: Orazio Tasca, oggi 51enne, Angelo Del Dotto, di 53 anni, all’epoca ex carabinieri della locale Stazione, e l’allora idraulico del paese Alfredo Tarroni, di 70 anni. In primo grado sono stati assolti tutti per non avere commesso il fatto. L’appello ha però ribaltato la sentenza, condannando all’ergastolo i due ex militari e assolvendo il terzo coimputato. Ora il giudizio in Cassazione è atteso per il 2 dicembre.
Una donna d’altri tempi la signora Liverani. Su di lei si reggevano spirito e valori della famiglia Minguzzi, una delle più note e facoltose realtà nel settore dell’ortofrutta. Non ha saltato un’udienza dei due gradi di giudizio per il delitto del suo ragazzo. Sempre presente nelle prime file, non si è mai sottratta a deporre più e più volte davanti ai giudici per riferire i ricordi dei terribili 10 giorni successivi al rapimento: quelli delle telefonate estorsive che chiedevano un riscatto di 300 milioni di vecchie lire per restituire Pierpaolo in vita, seguite dal silenzio prima del ritrovamento del cadavere, riaffiorato dal Po di Volano il Primo maggio. Una forza d’animo dimostrata anche al momento di smentire la versione-alibi di uno degli imputati, Del Dotto, negando di avere chiamato la caserma e di avere parlato con lui la notte della sparizione.
Dopo la sentenza d’appello aveva confidato di avere resistito tanto perché animata «dalla voglia di giustizia e verità» nella quale aveva «sempre creduto», anche dopo la delusione dell’esito del processo in primo grado, quando aveva dichiarato a caldo la propria amarezza di fronte alla pronuncia di «una giustizia marcia». E - ne siamo certi - avrebbe fatto di tutto per esserci anche il mese prossimo, di fronte alla Suprema Corte. Ma questa volta attenderà il responso che potrebbe chiudere definitivamente il cold case accanto al suo Pierpaolo, mai dimenticato.