Da Hayez a Valaperta, a Forlì s’intrecciano generi e percorsi

Da Hayez a Valaperta, a Forlì s’intrecciano generi e percorsi

FORLÌ. Sono la sensuale “Tamar di Giuda” (1847) di Francesco Hayez e la struggente tela con “Raffaello e la Fornarina” (1866) di Francesco Valaperta a essere prestati dai civici musei del Castello di Masnago di Varese alla mostra forlivese dal titolo Ottocento. L’arte dell’Italia Tra Hayez e Segantini.
Grazie a una selezione di opere eccellenti, le sezioni della mostra allestita ai Musei San Domenico di Forlì ricostruiscono i percorsi di diversi generi artistici: quello storico, la rappresentazione della vita moderna, la denuncia sociale, il ritratto, il paesaggio e la veduta, temi culturali e sociali nuovissimi, di impatto popolare e dal significato universale.


Hayez
Uno fra i principali focus della grande rassegna è proprio su Hayez, il pittore per eccellenza del Risorgimento e del Romanticismo. Nel caso dell’opera prestata dai musei varesini, Hayez conferma la propria affezione verso uno dei temi più affascinanti del suo percorso creativo, quello, alternativo alla più impegnativa pittura di storia, relativo alla rappresentazione della figura femminile nuda. Il dipinto è da considerarsi come uno dei massimi capolavori della prima maturità artistica del pittore, insieme ad altri lavori concentrati sui temi dell’esotismo e della malinconia: Tamar appare assorta e lontana nella sua nudità, emblema del malessere esistenziale dell’animo romantico. Tuttavia, i riferimenti alla storia biblica e all’orientalismo sono in realtà distinti da confini molto labili, tanto che le eroine dell’Antico Testamento e le odalische finiscono con il sovrapporsi nella loro seducente sensualità. Infatti, al di là del soggetto, preso come puro pretesto, quello che interessa ad Hayez è esaltare i valori della forma, della luce e del colore. L’evocazione dell’Oriente non ha niente di folcloristico e illustrativo, ma è suggerita dalla luce e da quel senso di nitore, di trasparenza che pervade l’immagine. La forza di questo personaggio che ha conservato, anche per l’ottimo stato di conservazione dell’opera, tutto il suo fascino, sta nello straordinario rapporto tra il nudo levigato dalla luce e quella sorta di quinta formata dalle pieghe del mantello. Mentre lo struggente sentimento di malinconia che pervade il volto reclinato e schermato dalla veste ha una cadenza quasi musicale.


Valaperta
L’opera di Valaperta, allievo di Hayez – la cui vicenda artistica è ancora in parte da ricostruire – è entrata a far parte delle collezioni varesine nel 1975 attraverso il dono di Riccardo Lampugnani ed è stata restaurata nel 2015. Ambientata nello studio di Raffaello, cui alludono gli attrezzi da lavoro e, soprattutto, la grande pala con la Trasfigurazione posta a chiudere come una quinta lo sfondo della scena, la composizione punta con decisione sul dramma in atto così efficacemente evocato dalla didascalia. Nei suoi ultimi giorni di vita, affranto dal male e spossato dalla fatica del lavoro, Raffaello cerca rifugio nell’abbraccio dell’amata, richiamando i tanti componimenti poetici e i drammi in versi del XIX secolo. In questa tela – come ad esempio nelle grandi opere verdiane degli anni Cinquanta e Sessanta, da Rigoletto a Traviata al Trovatore – l’azione drammatica è concentrata sui due protagonisti e sulla tempesta dei loro sentimenti; nessuna allusione, nel quadro, alla gloria, agli onori, all’omaggio dei potenti, alla grandezza del genio artistico.
Le opere prestate dal Castello di Masnago rappresentano infine solo due tra le molte varianti di linguaggi e sperimentazioni stilistiche che hanno caratterizzato il corso dell’arte italiana nella seconda metà dell’Ottocento e alle soglie del nuovo secolo, in una coinvolgente dialettica tra tradizione e modernità.
Nella rassegna forlivese si passa infatti dall’ultima fase del Romanticismo e del Purismo al Realismo, dall’Eclettismo al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo attraverso i capolavori dei protagonisti di quei tormentati decenni.


Il ritratto italiano
L’esposizione di Forlì presenta anche una sezione dedicata alla mostra fiorentina Ritratto italiano dalla fine del secolo XVI all’anno 1861, che a Palazzo Vecchio, nel 1911, in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, propose una straordinaria narrazione di come si fosse delineata l’immagine degli italiani nei secoli precedenti l’unità nazionale, attraverso la testimonianza di un genere meno vincolato alle regole quale il ritratto. Per evocare questa epocale rassegna, la rassegna ai Musei San Domenico presenta per la prima volta un confronto tra alcuni capolavori esposti allora a Firenze e i nuovi protagonisti della scena artistica dell’epoca.
A Forlì sono inoltre presenti, nella loro più importante produzione, pittori come Induno, Faruffini, Costa, Fattori, Signorini, Ciseri, Corcos, Michetti, Previati, Morbelli, Nomellini, De Nittis, Pellizza da Volpedo, Boccioni, Balla; e scultori come Vela, Cecioni, Monteverde, Gemito, Bistolfi e Medardo Rosso.
Davvero da non perdere.
“Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini, fino al 16 giugno

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