Guido Reni al Museo di Rimini

«La raffinatissima mano è quella di Guido Reni, una mano attenta e fluida, capace di scendere nei dettagli e di mantenere un registro cromatico algido, terso; di muovere tutte le virtuosità dell’orchestra pittorica senza perdere nemmeno per un attimo l’armonia dell’insieme».

Oggi la presentazione

Oggi, venerdì 10 settembre alle ore 18, verrà presentato al Museo della Città di Rimini questo prezioso, stupefacente dipinto restituito dallo studioso cesenate Massimo Pulini a Guido Reni (1575-1642), principe della pittura italiana del Seicento: Gli Amori in gioco.

Fu realizzato per la camera segreta del cardinale Odoardo Farnese nel Palazzo Farnese di Roma, e per tre secoli è stato conservato nelle raccolte Farnese tra Roma e Parma. Già attribuito negli inventari al maestro bolognese, nel 1725 fu dato invece alla mano di Francesco Albani, altro celebre pittore barocco. Era noto infatti per la grazia di scene mitologiche immerse nell’idillio della natura. L’Albani era cresciuto nello studio bolognese del Calvaert, detto il Fiammingo, dove conobbe il Reni, col quale collaborò a Roma nel Palazzo del Quirinale.

La scoperta e l’attribuzione

Terzo capitolo di Unicum. Racconti al museo, il progetto curato da Pulini che da maggio ha proposto al pubblico riminese un inedito percorso nell’arte antica, attraverso tre gioielli di altrettanti maestri del Seicento. Da oggi lo spazio della manica lunga si prepara ad accogliere la gemma più preziosa del ciclo.

La suprema bellezza e l’importanza del dipinto da poco ritrovato inducono la riscrittura di un’intera pagina di storia dell’arte. Con l’individuazione degli Amori in gioco del giovane Guido Reni, dovuta proprio all’ex assessore riminese, già scopritore di inediti Caravaggio, è possibile comprendere che agli esordi del XVII secolo il grande pittore bolognese aveva gettato le premesse di un genere, quello dei giardini d’Arcadia, che i manuali di storia a metà del secondo decennio e riferiscono a Francesco Albani (Bologna 1578-1660).

Le prove

L’opera ha trovato conferma documentaria negli inventari secenteschi della collezione romana del cardinale Odoardo Farnese, componente di una delle famiglie più illustri, strettamente legata alle maggiori figure artistiche tra Cinque e Seicento.

«Gli Amori in gioco – spiega Pulini – sono una sottile e raffinatissima elegia che parla allo stesso tempo di natura e di mito, ma attraverso una costellazione di scherzi, affettuosità e bisticci tra le presenze infantili dell’Olimpo il quadro allestisce una sottile metafora sull’amore giovanile. Gli unici due adulti di questo algido Paradiso terrestre quasi non si vedono, nascosto nelle frasche si scorge un fauno che cerca di incantare una ninfa con la musica. Gli amanti maturi non vengono visti dagli Amori nuovi, questa forse è la sottile metafora di un dipinto che le fonti ci ricordano come copertura allegorica di un ritratto di dama della famiglia Farnese».

Una gemma giovanile

Il dipinto venne eseguito da Guido Reni intorno all’anno 1600 e si ricollega, nel suo stile terso e cristallino, con un’altra recente scoperta, un giovanile Ballo campestre, da poco acquisito dallo Stato italiano e posto alla Galleria Borghese di Roma.

Rimini ospita dunque per due mesi una gemma giovanile, preziosa e finemente lavorata, che informa di una ricerca innovativa messa a punto da Guido Reni, ma in seguito abbandonata, che verrà ripresa quindici anni dopo e fatta propria dall’amico Albani.

Sarà presente il cardinale

L’opera di Guido Reni verrà messa a confronto con quella del Domenichino “Ritratto del cardinale Odoardo Farnese” proveniente da Pesaro, Galleria Altomani & Sons.

Guido Reni, “Gli Amori in gioco per il cardinale Odoardo Farnese”, Rimini, Museo della Città, fino al 31 ottobre

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