Green pass, i sindacati: “Sì ai vaccini ma turni a rischio”

L’obbligo di green pass per lavorare è una scappatoia all’italiana per evitare di introdurre l’obbligo vaccinale: ne è convinto Lorenzo Zoli, sindacalista ravennate nella segreteria nazionale della Femca Cisl, che vede come “un elemento molto divisivo” quello dei certificati verdi. Zoli ritiene in ogni caso che il vaccino al momento sia «uno degli aspetti geopolitici per la ripartenza economica. Chi ha la possibilità di accedervi ha un vantaggio competitivo rispetto agli altri Paesi». Tuttavia l’applicazione pratica dei green pass nelle aziende ha aspetti delicati rispetto soprattutto all’organizzazione del lavoro: «Nelle aziende a ciclo continuo con molte persone senza green pass ci saranno molti turni da coprire. Questo è un primo elemento da valutare insieme ai datori di lavoro». Un po’ come avviene nella sanità, anch’essa strutturata in turni, i reparti con molti dipendenti che non possono lavorare andranno sostituiti. L’altro aspetto di cui tenere conto è quello dei tamponi: «Abbiamo chiesto un prezzo calmierato, si potrà discutere con le aziende più grandi perché se ne facciano eventualmente carico». Strada che appare in salita mentre più fattibile, per Zoli, «è introdurre, come già fatto nelle scuole, i tamponi salivari anziché quelli nasofaringei». Ciò permetterebbe esiti più tempestivi, anche perché il test fatto in azienda per essere valido deve poi essere acquisito dal sistema sanitario nazionale e non sembra un procedimento agevole.

Insomma, il tema è assai delicato, «anche perché se ne sentono di tutti i colori. Dobbiamo ripetere che non è vero che il covid è un complotto delle case farmaceutiche, anche perché i vaccini costano relativamente poco. Semmai il business è sui brevetti. C’è anche chi dice che tanto ci si può curare, senza pensare quanto sia importante agire sulla prevenzione». Per Zoli, come per tutta la Cisl, «il vaccino è l’unica via per uscire dalla pandemia. Il fatto che questa malattia, per quanto subdola, non sia sempre mortale come accadeva con il vaiolo porta molti a sottovalutarla e a preferire la cura alla prevenzione. C’è poco da fare: è difficile che un no vax convinto di questo poi cambi idea». L’ampia casistica data dal sindacalista fa pensare che Zoli si confronti tutti i giorni con queste posizioni. «Purtroppo – conclude – i più convinti non sono le persone con un basso grado di istruzione, tutt’altro. Gente che discute di Costituzione e diritti umani che obiettivamente c’entrano poco».

Da parte della funzione pubblica la posizione è piuttosto netta. Del resto proprio tra i dipendenti pubblici è stata sperimentata – prima nella sanità e poi nella scuola – l’obbligo vaccinale o di green pass per lavorare. Alberto Mazzoni, segretario provinciale della Fp Cgil, non ha dubbi: «Si tratta di una misura necessaria per tutelare il bene pubblico, ovvero la salute dei lavoratori». Il sindacato, dice Mazzoni, è sempre stato chiaro: «Per noi la salute è la priorità. Poi chiaramente se ci sono delle situazioni particolari le valuteremo dal punto di vista sindacale però in linea generale la misura ci rende favorevole». Freddo, Mazzoni, anche sui green pass gratuiti per i lavoratori: «Se vogliamo incentivare la vaccinazione non può essere questa la strada. Il costo dei test per chi non vuole immunizzarsi non può ricadere sulla collettività».

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