Green pass. I Nas chiudono il punto tamponi rapidi delle Befane di Rimini

È finito nel mirino dei carabinieri il centro tamponi rapidi allestito da una società milanese nell’area commerciale delle “Befane” a Rimini. I militari dei Nas giovedì pomeriggio hanno perquisito il gazebo e sequestrato documenti, materiale sanitario per l’esecuzione dei campioni, rifiuti relativi ai kit già utilizzati e dati informatici presenti sui computer e sui telefonini degli addetti alle operazioni.

L’ipotesi è che gli utenti che a centinaia si mettevano in fila ogni giorno per sottoporsi al test fossero tratti in inganno riguardo al rilascio del “Green Pass”.

Un misterioso intermediario

La società è priva dell’autorizzazione amministrativa: fa però ricorso a dei medici per l’avvio della procedura per la certificazione verde. Ma c’è di più: l’amministratore delegato della società, un milanese di cinquantasette anni, è indagato, oltre che per truffa aggravata, anche per induzione alla corruzione.

Un misterioso intermediario, infatti, si sarebbe presentato una settimana fa a Bellaria nello studio di un medico per promettergli dei soldi in cambio della disponibilità a creare un canale privilegiato per l’inserimento dei dati nel portale nazionale, così da velocizzare le pratiche. Al grande successo dell’iniziativa, infatti, erano seguite lamentele per i ritardi nel rilascio del “Green Pass”. A qualcuno l’attesa certificazione non sarebbe mai arrivata.

L’indagato, accorso a Rimini da Milano, preferisce non commentare l’accaduto. Lo fanno per lui i suoi difensori, avvocati Marco Bosco e Thomas Coppola (studio legale Coppola&partners): respingono gli addebiti. «L’attività è regolare, viene svolta da infermieri professionali e il passaggio relativo all’inserimento dei dati del test è effettuato da soggetti autorizzati, medici convenzionati con l’azienda sanitaria. Agli utenti viene rilasciato un modulo nel quale si dà atto dell’operazione compiuta e dell’esito. Quanto all’ipotesi corruttiva la società disconosce qualsiasi soggetto che abbia agito in suo nome».

«Tutto sarà chiarito»

Tutto sarà chiarito, secondo i legali. Poco più di un equivoco, quindi, stando alla loro interpretazione. Adombrano il sospetto che dietro alle denunce possa esserci il fatto che il prezzo calmierato possa aver dato fastidio a qualcuno. «L’azienda ha tutti i requisiti professionali previsti, già autorizzata dalla Regione Lombardia – sottolineano gli avvocati Bosco e Coppola -, si avvale di un protocollo di coordinamento con il pronto soccorso dell’ospedale di Rimini in caso di positivi al Covid».
I tamponi vengono offerti a dieci euro l’uno, e addirittura a sette euro a rappresentanti delle forze dell’ordine, dipendenti del centro commerciale “Le Befane”, spedizionieri di un colosso del Web, e lavoratori del Conad che finora hanno scelto di non vaccinarsi. All’ingresso del doppio gazebo, ormai deserto (i locali non sono stati sequestrati, ma la società ha chiuso in attesa di chiarimenti) ieri è comparso un cartello in cui si spiega che “Il servizio è sospeso per motivi logistici” e che fornisce una prima informazione su eventuali rimborsi: c’è anche chi ha acquistato in anticipo “pacchetti” di test scontati.

I carabinieri per la tutela della salute di Bologna hanno eseguito perquisizione e sequestri su delega della procura di Rimini. Al momento del controllo c’era in fila una trentina di persone. Il direttore del Servizio di igiene dell’Ausl Romagna, Franco Borgognoni, che ha partecipato alle operazioni, ha invitato i presenti ad andare nelle strutture dell’Ausl pronte ad accoglierli per l’esecuzione del tampone. I militari hanno identificato cinque persone addette all’accoglienza e all’effettuazione del test. Una sesta persona è stata identificata nell’area delle transenne: si tratta di un campano di 44 anni. Ha consegnato di sua spontanea volontà l’incasso della giornata: circa mille euro. L’uomo, soggetto in passato sottoposto alla misura della sorveglianza speciale è stato di recente coinvolto in un’inchiesta della Guardia di finanza di Rimini incentrata sul sospetto di intestazione fittizia e interessata a fare luce su eventuali interessi poco chiari e possibili infiltrazioni criminali legate al settore delle sanificazioni. Nelle intercettazioni relative a quell’inchiesta della finanza uno degli indagati parlava del Coronavirus come di «un buon affare».

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