Gramentieri cambia con “La bella stagione”

Dopo vent’anni in seconda linea, come chitarrista, autore, produttore e direttore artistico in giro per il mondo, dove si è costruito una solida fama, Antonio Gramentieri fa letteralmente un passo avanti, guadagnando il fronte palco in un progetto dal titolo “La bella stagione”, che comprende un libro, in uscita l’8 aprile, e un album, una settimana dopo. Il disco, che è stato anticipato da due singoli nei mesi scorsi, vede anche un deciso cambio artistico, abbandonando i generi per cui l’autore è diventato famoso (blues, folk contemporaneo e “americana”), in favore di un mix di molti generi, alcuni insospettabili, che fanno da sfondo a testi molto personali e radicati nel territorio (è nativo di Modigliana).

Gramentieri, cominciamo dal libro, visto che esce prima.

«La scrittura è stata il mio primo amore e il mio primo lavoro (ha cominciato a lavorare come giornalista, prima di diventare un musicista a tempo pieno, ndr) e le storie hanno preso strade diverse: alcune sono diventate canzoni, altre racconti. Libro e disco si chiamano entrambi “La bella stagione”, ma vivono di vita propria e indipendente, connessi nei temi, ma autonomi nella distribuzione. In questa maniera celebro le mie due passioni (scrittura e musica), che sono anche gli unici lavori che ho fatto nella vita».

Venendo all’album, spiazzerà molti per i suoni così diversi: era il suo scopo?

«Volevo stupire, ma l’ho fatto con grande sincerità, libertà e senza premeditazione. Questi erano i sentimenti che mi muovevano; la reazione della mia seppur limitata fanbase non era in cima ai miei pensieri».

Era impossibile non rimanere stupiti, conoscendola, perché nel disco lei usa addirittura cori pop anni 80, elettronica vintage, e altre soluzioni che nessuno si sarebbe mai aspettato.

«Siccome tutti i brani sono autobiografici, anche se non raccontati in prima persona, ho voluto che fossero presenti tutti i suoni che ho incontrato nella mia vita di ascoltatore, prima che di artista. Ad esempio i synth che suona Nicola Peruch sono proprio quelli originali degli anni 70 e 80 che ricordo nei brani di allora».

Abbiamo scoperto in lei anche un vero cantante, pur se spesso con voce sussurrata.

«In passato avevo cantato saltuariamente, con la pistola puntata alla tempia (ride, ndr). Riguardo la voce sussurrata devo dire che i miei cantanti preferiti sono tutti “non cantanti”, che a XFactor non passerebbero nemmeno la prima selezione, tipo Bob Dylan e Lou Reed. L’importante è che la voce sia davanti, sia sincera e racconti una storia. Per lo stresso motivo non ho cercato di correggere la mia forte cadenza romagnola: non volevo che suonasse artefatto».

Effettivamente libro e disco sono profondamente radicati nella cultura e tradizione romagnola: pensa di portarli anche in America, Australia e negli altri paesi in cui lei è molto conosciuto? Come pensa che potrebbero accoglierli?

«Non è una domanda che mi sono posto; per me libro e disco “La bella stagione” sono un ritorno a casa, e il privilegio di avere un’etichetta che crede in te e qualcuno che ti ascolta non si può sottovalutare, anche se penso di essermelo meritato. Lavorare alle proprie condizioni è una cosa impagabile. Detto questo, se e quando ripartirà tutto, io la mia carriera da chitarrista e autore nel mondo credo di averla intatta. Certo noi per decenni abbiamo importato lavori di cantautori di cui non capivamo i testi: provare a fare il contrario mi interessa. Occorre però che si incastrino tante cose».

Per acquistare il libro www.gagarin-magazine.it, il disco sarà disponibile tramite tutti i canali digitali e fisici.

«Lasciare dietro la chitarra? Una amputazione»

Gramentieri, le è costato molto mettere in secondo piano la chitarra, che finora era saldata al suo braccio?

«In effetti è stata una specie di amputazione, e l’ho voluta netta, tanto che mi sono limitato a suonare l’acustica in pochi momenti, e ho addirittura lasciato le parti di chitarra a Arianna Pasini, che fa parte dei Manuel Pistacchio, una delle più belle novità degli ultimi anni, e a Roberto Villa, che è un bassista, ma suona bene anche le chitarre. Ho imparato dai grandi con cui ho lavorato che se uno non si tende agguati da solo non può aspettarsi che glieli tendano gli altri; per rendere ancora più vero questo “stress test” non ho nemmeno voluto alle mie spalle Sacri Cuori o Don Antonio, le band con cui ho lavorato di più, ma un gruppo nuovo di musicisti. Non volevo che fosse il classico disco del chitarrista che diventa cantautore, e dice tre parole a caso in mezzo a un assolo di dieci minuti. Volevo prendermi il rischio di stare davanti e raccontare storie; la musica l’ho scritta ma la possono suonare anche altri. Dal vivo sarà diverso, ovviamente». GIA.ARF.

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