Il ricercatore Gorini passa ad Harvard: “Non capisco un insegnante che non si vaccina”

Per Giacomo Gorini, giovane ricercatore riminese (32 anni), si aprono le porte degli Stati Uniti. Dopo aver concluso il suo lavoro ad Oxford che lo ha visto impegnato nel team di ricerca sul vaccino anti-Covid AstraZeneca, Gorini si prepara ad aprire un nuovo capitolo della propria vita nella prestigiosa Harvard. Al centro ancora una volta la ricerca sui vaccini, che ribadisce essere la via più efficace per la vittoria contro la pandemia.

Gorini, il suo percorso ad Oxford è giunto al termine. Che cosa la aspetta ora?

«Avevo bisogno di un cambio nella mia vita: Oxford è una città molto dinamica, ma molto piccola, e con il Covid si è svuotata. Andare via non è stato facile, visto che c’erano buone prospettive lavorative. Avevo deciso di trasferirmi a Londra, dove ho anche molti amici e dove ero entrato in un programma di business. Avrei cambiato aria. Prima di iniziare, però, mi è venuta un’idea per una nuova piattaforma vaccinale, che potrebbe essere utile contro il Covid o nuove patologie. Ne ho parlato su Zoom con un premio Nobel che sta in California e lui mi ha messo in contatto con un professore ad Harvard, che mi ha chiesto di raggiungerli».

Quando inizierà la nuova attività nel Massachussets?

«La prossima settimana, dopo tanta burocrazia. Mi hanno concesso il visto sulla base del mio lavoro, che è considerato di interesse nazionale. Ho già un alloggio all’università».

Nell’ultimo periodo è rimasto a Rimini? Cosa ne pensa degli intoppi che ancora si stanno riscontrando nella campagna di vaccinazione?

«Sì, sono rimasto qua. Su quello che ho visto ho poco da dire: se non ci si vaccina, si rischia di più a livello personale, si rischia di stare molto male. Se si continua così, il rischio è concreto. Penso che le istituzioni italiane avrebbero dovuto fare di più a livello di comunicazione. Nel Regno Unito sono stati impiegati 160 milioni di sterline per la più grande campagna di comunicazione della loro storia, qui le istituzioni sono un po’ mancate. La cosa che mi stupisce di più sono gli insegnanti che non si vaccinano. Speravo si vaccinassero tutti, invece ne ho incontrati diversi che non lo vogliono fare. Com’è possibile che siano loro a entrare in classe e a spiegare il senso di responsabilità ai nostri ragazzi? Anche un obbligo non risolverebbe questi problemi culturali».

Con il green pass si sta cercando di arginare queste situazioni. Cosa ne pensa?

«Ora non c’è più tempo per un convincimento leggero. Penso che il green pass possa essere uno strumento per evitare l’obbligo della vaccinazione, che comunque rimane la strada migliore. Non ci sono dati che ci fanno pensare che coi vaccini non si possa uscire da questa situazione. Nel Regno Unito è stato condotto uno studio sulla popolazione sui vaccini Pfizer e AstraZeneca. Si è visto che il vaccino è in grado fino a un certo punto di bloccare l’infezione: nel 50-60% dei casi il virus entra nel sistema respiratorio di chi è vaccinato, ma non produce infezione. Chi si infetta è asintomatico o presenta un’infezione lieve. Non si sa ancora quanto i vaccinati contagiati possano trasmettere il virus, ma è lecito aspettarsi una riduzione anche in questo senso. Per questo si continuano a raccogliere dati, mentre si lavora anche su nuove tecnologie, anche se i vaccini che abbiamo a disposizione sono altamente efficaci».

A settembre ci aspetterà una terza dose di vaccino?

«Anche questo è allo studio. Dove ce ne sono le possibilità, come in Israele, si valuta di rafforzare le difese in calo soprattutto nei più fragili, che sono stati vaccinati per primi. Una terza dose è solo un problema di comodità, di doversi rimettere in macchina per andarsi a vaccinare e dover sopportare i lievi effetti collaterali che ormai conosciamo. Il dilemma è etico: è più giusto fare le terse dosi qua, o le prime dosi nei paesi in cui il vaccino non è ancora diffuso e si muore di più? Penso sia chiaro quale sarebbe la scelta giusta, anche se non è forse la più comoda».

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