Caro Direttore, sento la domanda sul progetto di Parco eolico a ridosso della costa adriatica: quale è l’alternativa? L’alternativa è semplice, rigorosa, impegnativa. Sembra un paradosso ma è così. Semplice perché netta. Non c’è alternativa a un New Green Deal. Rigorosa e impegnativa perché l’individuazione di fonti energetiche per la transizione comporta lo sviluppo e l’applicazione di un Piano energetico nazionale a cui concorrano Piani energetici regionali provinciali e comunali. Senza scorciatoie e furbizie.

Anche a livello territoriale, concordo, serve un salto radicale. Entriamo subito nel merito. L’obiettivo per la provincia sono 300, 400, 500 megawatt? E per la regione? Per le aree della costa? A questo obiettivo concorre un’unica componente, devastante per il paesaggio: il mare come sola fonte? O una pluralità di fonti? Vediamo cosa accade intorno a noi.

1) Dopo il no a nuove centrali atomiche, in Germania negli Anni Ottanta, alcuni territori, si posero il tema di un’alternativa, sviluppando rigorosi Piani energetici locali con obiettivi sui megawatt da raggiungere e su quali strumenti per farlo.

2) Vanno utilizzati centinaia, anzi milioni di metri quadri di aree industriali, di superfici, siti, perimetri dismessi e non, di tetti di fabbriche, aree artigianali, case (non dove ci sono coppi di terracotta all’italiana di edifici storici), di pannelli e i siti b lungo le autostrade. Insomma un piano regolatore delle fonti pulite deburocratizzato spinto da bonus e defiscalizzazioni perché sia rapido ed efficace.

3) Ad Hammarby a Stoccolma gli edifici e il quartiere (20mila abitanti) hanno vasche di laminazione che raccolgono acque reflue e producono gas per l’autosufficienza energetica.

4) L’eolico perché sotto costa, di vecchia generazione, e non di nuova generazione (danese) galleggiante a trenta miglia? Perché le pale davanti “alle spiagge della Dolce vita”?

5) In molti Paesi del nord la pianificazione strategica ha portato a una rivoluzione urbanistica ed edilizia (un esempio è Friburgo) dove migliaia di abitazioni, edifici, producono e vendono energia). Così come negli stessi Paesi si è scelta la via coraggiosa dei Pums, della mobilità integrata tra auto, bici, trasporto pubblico, e non solo e sempre la dittatura assoluta dell’auto.

In definitiva: abbiamo mai cercato, fatto, voluto qualcosa di alternativo a un progetto la cui ideazione nasce a metà dello scorso decennio? Il tema, in fondo, sta tutto qui: non si tratta di tifoserie calcistiche, di manicheismo ideologico ma di volere centrare l’obiettivo. Vogliamo 400 megawatt per la provincia di Rimini? Vogliamo salire alla percentuale del 20 per cento di rinnovabili per il territorio riminese? La risposta è sì. Ma il fine non giustifica i mezzi, se i mezzi sono l’imbrattamento permanente del paesaggio delle spiagge del mare. Certi errori li abbiamo già fatti 70 e 60 anni fa. Ripeterli oggi sarebbe ancora più grave, perché non avremmo neanche la giustificazione della fame e delle macerie tutt’intorno. L’Europa stessa, rispetto alle fonti rinnovabili, ha fatto e ha messo a bilancio centinaia di miliardi per ricerca, sviluppo e produzione dell’idrogeno: noi arriviamo sempre tardi?

Questa idea del Parco eolico, buttato lì, nata una quindicina di anni fa in sordina, a mio avviso ha un po’ a che fare con una concezione industrialista Anni Cinquanta per cui lo sviluppo era talmente necessario alla vita, ai posti di lavoro, al benessere sociale eccetera, per cui si è finiti a creare in fretta un Paese fragile, tra dissesto idrogeologico, frane, alluvioni, Pm 10, catastrofi, merda in mare, fino a costruire fin dentro il mare. Ora, non si tratta di processare la storia. Ma proprio la storia ci insegna che le scelte che facciamo devono tutelare sviluppo, lavoro, paesaggio, bellezza e ambiente. Elementi paritari nella definizione di futuro.

Io dichiaro di essere assolutamente a favore della transizione energetica, ma risultato di una pluralità di fonti che comprendono anche l’eolico, ma non solo un impianto con una foresta di pali-grattacielo in mare. Abbiamo sempre detto, e scritto, che non essendo i Caraibi e la Sardegna, dovevamo riqualificare l’ambiente e offrire servizi e bellezza che pure abbiamo e non avevamo pienamente valorizzato. Dalle colline ai borghi fino alle spiagge. Ora offriamo mare vista pale? Tra l’altro se ci compariamo al civilissimo Nord (a cui onestamente anche io ho fatto sempre riferimento) quando parliamo di pale eoliche, utilizziamo una metodologia impropria perché in quei Paesi le abitudini personali concorrono davvero e ogni giorno al piano energetico nazionale e locale. E la politica anche locale ha orizzonti e piani a cui la nostra deve guardare, senza aver paura della protesta e di qualche voto in meno per una piazza liberata o un sistema ciclabile serio. Oppure preferiamo scegliere di non cambiare cose e abitudini, rivolgendoci esclusivamente a una messianica scorciatoia di una foresta di grattacieli a poche miglia dalla costa?

Il paesaggio del nord (sempre con tutto il rispetto) non è il nostro paesaggio, non è la straordinarietà dell’Italia centrale degli Appennini, dei territori di Piero della Francesca, di Leonardo, di Raffaello. Tirato un raggio di 100 chilometri sul crinale del nostro Appennino, sono nati Leonardo, Raffaello, Piero della Francesca. In quel paesaggio noi volevamo mettere le pale? Oppure le vogliamo infilare nella linea blu evocata più e più volte da Tonino Guerra?

Negli ultimi 10 anni, e ora, il dibattito sulle fonti rinnovabili è andato avanti anni luce rispetto al mega impianto unico. Anche nel mare più “industriale” del Nord le soluzioni sono ormai solamente offshore per l’eolico, parte e non tutto di interventi e soluzioni articolate tra comportamenti individuali e investimenti di pubblico e privato. Il giudizio sulle fonti fossili è inequivocabile, noi dobbiamo cambiare paradigmaticamente, come è stato detto.

Quindi non è che possiamo dire che il “sì” al progetto è una posizione ecologicamente corretta, il “no” al progetto è una posizione ecologicamente scorretta, di retroguardia: perché non è scegliere tra bianco e nero, è fare un’analisi, avere una pianificazione strategica strutturale di una comunità, di un Paese.

Arriviamo persino tardi come Paese a un piano energetico che è stato approvato a gennaio di quest’anno, e questo del Parco eolico è un progetto invece che risale a vent’anni fa.

Raccogliendo gli stimoli anche delle associazioni riminesi, la mia proposta è quella di redigere un Piano energetico locale, provinciale, di costa, attraverso una chiamata a tutti gli effetti simile al forum del Piano strategico. Un Tavolo locale per il green new Deal locale che incrocia anche i lavori del tavolo per il lavoro e lo sviluppo della regione. Un vero e proprio Incubatore a cui potranno contribuire e dire la propria, portare al tavolo ipotesi e soluzioni, imprese, associazioni, professionisti, espert, non solo per superare la classica divisione tra Montecchi e Capuleti ma per una rivoluzione verde, radicale e indispensabile per creare lavoro e qualità della vita.
*sindaco di Rimini

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