Gli ultimi cestai: una professione sostenibile che sta scomparendo

La sua è una storia che parte un po’ da lontano. Almeno dal 2007, quando frequentava l’Ecoistituto di Cesena. A un certo punto arrivò nella sua vita il catalano Joan Farrè e il suo modo di vedere la tradizione e la cura della natura attraverso il fare i cesti. Sì, l’intreccio come arte e come meraviglia di una cultura antica ma ancora viva. Lui è Andrea Magnolini. Originario di Brescia, da quasi 20 anni vive nel Bolognese, a Pioppe di Salvaro. Ammette che è difficilissimo oggi fare nella vita solo il cestaio, perché non c’è più il mercato di una volta (ormai aggredito dal low cost che viene dalla Cina) e che ormai a farlo come unica professione, in Italia, di persone se se possono contare sulle dita di una mano.

«Anni fa nella Valle del Reno ce n’erano cinque, ora, a causa dell’età che passa, ne è rimasto uno e mezzo – spiega –. Io faccio corsi in tutta Italia per cercare di ‘tramandare’ questa arte. Ne ho completati per circa un migliaio di persone».

Andrea sottolinea che proprio in Romagna c’è una grande fiamma accesa per fare luce attorno al mondo dell’intreccio. È quella dell’esperienza del Museo delle Erbe Palustri di Villanova di Bagnacavallo.

«Dal 1400 ai giorni nostri i cesti che si fanno in Italia sono principalmente fatti allo stesso modo perché venivano tramandati di padre in figlio – aggiunge –. In Italia non c’è un’associazione nazionale di cesteria, come invece è in altre nazioni europee, ma abbiamo deciso di riunirci in modo virtuale grazie a un sito, cesteriainitalia.it».

Ma quanto può durare un cesto?

«Può durare in buone condizioni per circa 15 anni, al massimo intorno agli 80, perché ci sono problemi strutturali di conservazione. Un museo sulla cesteria, più che altro, va conservato nella testa e nelle mani dei cestai».

Quindi, la regola più importante è di insegnare a farli.

«Non va tenuto in cantina altrimenti ammuffisce: va tenuto in un posto asciutto, non all’aperto, e non bisogna fargli prendere pioggia».

Non tutti i cesti sono uguali.

«Le differenze sono enormi, direi su base ‘bioregionale’. Cesti di palma si trovano nel Sud della Spagna, in Magreb, Sicilia e Sardegna, perché l’unica palma europea è la palma nana – sottolinea – Nelle zone montuose, sopra i 600/700 metri, ci sono invece i cesti di castagno, durissimi e molto longevi: è l’esempio dei Paesi Baschi e della Liguria. In Emilia-Romagna c’è la Bassa con le erbe palustri, poi la Pianura con i salici. E se si sale un po’ si vedono cesti di castagno e vitalba».

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