Gli ucraini di Rimini in lacrime: “Bombardano le nostre case”

La bandiera ucraina disegnata sulle guance, la mano sul cuore alle note dell’inno, le lacrime negli occhi. Gli ucraini di Rimini, all’ombra del ponte di Tiberio, ieri pomeriggio hanno urlato il loro dolore e la loro paura, lo sdegno per una guerra cruenta scatenata «dal killer», «dall’Hitler del 21esimo secolo», «dal pazzo che deve essere fermato se non si vuole scatenare la terza guerra mondiale».

Dal palco improvvisato ai lati del ponte, gli ucraini hanno chiesto l’attivazione di canali di aiuto alla comunità ucraina per l’invio di derrate alimentari, ma anche per l’accoglienza dei profughi in fuga, oltre a lanciare un appello al rafforzamento delle sanzioni contro la Russia e alla chiusura del traffico aereo sull’Ucraina per far cessare i bombardamenti. «Mia mamma e mio papà sono vicino a Kiev. Per permettere loro di dormire, di notte controllo costantemente i siti di informazione governativa così da riuscire ad avvisarli in caso di attacco. Sono anziani, voglio cercare di aiutarli in qualche modo». Viktoria, 27 anni, ha le lacrime agli occhi mentre manifesta stretta tra le braccia del marito Oleg, di 29. Non nasconde il suo terrore, la paura che «vada a finire male, che succeda qualcosa a loro, o ai nostri amici. Una delle mie migliori amiche è a Kiev ed è incinta. Ieri era il suo compleanno e l’ha festeggiato sotto le bombe. È una cosa terribile. Eravamo abituati alla guerra – ammette – ma non credevamo che Putin si sarebbe spinto fino a questo punto».

A seconda delle città, c’è chi ha i parenti in casa e chi li ha nei bunker, sotto costante assedio da parte dei russi. Eugenia, Katerina e Denis, rispettivamente mamma, figlia e un amico, spiegano di voler fare interpreti del messaggio da lanciare a tutta l’Europa, perché «bisogna aiutare il nostro popolo e il nostro esercito, che si sta battendo per mantenere la libertà dell’Ucraina rischiando la vita». «Sono tanti – raccontano – quelli che si presentano volontariamente per andare nelle file dell’esercito. A Kiev lo fanno anche i civili: sparano dalle case». Per fortuna, i loro parenti vivono al confine con la Romania, quindi non ci sono bombe e non ci sono spari, «ma la paura che la situazione possa peggiorare è tantissima», confessano, quasi in lacrime. Intanto, per restare aggiornati, spiegano di essersi iscritti ai canali di informazione governativi, «quelli ufficiali – dicono – perché c’è anche un problema di fake news molto importante. Putin sta cercando di fare disinformazione, comunicando avvenimenti non veri, cose che fanno sembrare l’Ucraina colpevole di aver provocato la Russia».

La domanda che tutti si pongono e a cui nessuno sa dare risposta è sempre la stessa. “Cosa succederà adesso?”. Kristina ed Elena, amiche, di 19 anni, dicono di sperare che «la situazione si tranquillizzi in fretta». Non vorreste che i vostri parenti venissero in Italia? «I miei genitori sono a Rimini, per fortuna» risponde Kristina. «Ma i miei zii e i miei nonni sono lì, ma non credo che verrebbero, al massimo per un breve periodo: è la nostra terra». «Mia mamma è qui. Mio babbo è lì, ma non può partire perché è un uomo, e gli uomini non li fanno passare alla frontiera perché sono chiamati alle armi».

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