Gli ebrei tutti con Gino Bartali: “Era un Giusto”

RIMINI. C’era da aspettarselo: gli ebrei italiani hanno reagito all’unisono in difesa di Gino Bartali, dopo l’annuncio del saggio dello storico riminese Stefano Pivato (esce il 21 gennaio) che mette pesantemente in dubbio che il ciclista abbia effettivamente contribuito alla salvezza di 800 ebrei durante la guerra. Tanto da essere ammesso da Israele tra i Giusti delle Nazioni e avere un albero a suo nome allo Yad Washem, in Israele, istituzione che conserva gelosamente la memoria storica della Shoah.

La memoria fallace

La tesi di Pivato, supportata da uno studio del figlio Marco, giornalista sanitario, è che sulla vicenda non ci sono prove documentali ma solo ricordi, memorie, perlopiù di persone anziane, che potrebbero ricordare poco e male.

Su questo tema Marco Pivato, che firma il libro insieme al padre, chiarisce innanzitutto che «ho collaborato solo per quanto riguarda il capitolo che ho scritto io sulla memoria, che è materia mia, per il resto, la storia è tutta di mio padre».

E aggiunge: «La memoria, a forza di ripeterci i ricordi, li trasforma, più cresciamo e più aumentano di entropia, ovvero disordine. Capita spesso che chi ricorda di aver incontrato in una certa occasione una determinata persona, o l’abbia incontrata in un’altra occasione o abbia incontrato, in quella occasione, un’altra persona… I collegamenti tra neuroni con il tempo invecchiano. Più il tempo passa, più invecchia la memoria, più si trasformano i ricordi e ne nascono addirittura di nuovi, falsi. Io non mi sono occupato di Bartali, però devo sottolineare che ci hanno rivolto accuse infamanti quali falsificatori della storia, negazionisti della Shoah e addirittura antisemiti e anti israeliani. Tutte cose assurde!».

Della Pergola

Il commissario italiano dello Yad Washem, Stefano Della Pergola, ha infatti duramente replicato dalle colonne del Corriere della Sera a Pivato, rimarcando che esistono tante testimonianze su cosa fece il grande ciclista per salvare gli ebrei e che la procedura per decretarlo “Giusto” è stata rigida, rigorosa quanto la beatificazione di un santo cattolico. Ci sono tante estimonianze dirette e indirette. E ammette anche che ci sarebbero prove documentali custodite dallo Yad Washem, ma che devono restare segrete.

La prova definitiva

Un giornalista della rivista Pagine Ebraiche, Adam Smulevich, alla fine del 2010 trovò quella che poi si rivelò la testimonianza decisiva, quella di Shlomo “Giorgio” Goldenberg. Smulevich lo rintracciò in Israele – l’uomo aveva all’epoca 78 anni – e lui ribadì senza esitazione che la sua famiglia era stata salvata da Bartali che li aveva nascosti in una sua cantina a Firenze. Goldenberg, che dopo la guerra tornò a Firenze per rivedere quella cantina, andò poi a testimoniare davanti allo Yad Washem col risultato che sappiamo.

Tre mesi da reclusi

«La cantina era molto piccola­– raccontò Goldenberg a Smulevich – e dormivamo in quattro in un letto matrimoniale: io, mia sorella, mio padre e mia madre. Non potevamo rischiare di uscire, i vicini ci avrebbero visto. Non so dove i miei trovassero il cibo per sfamarci». Uscirono da quella cantina solo tre mesi dopo, quando arrivarono gli inglesi e furono finalmente salvi.

Il figlio di Gino Bartali, Andrea, che presiede la fondazione intitolata al genitore, accolse la notizia con grande soddisfazione, a riprova che il padre non solo aveva corso su e giù in bicicletta centinaia di chilometri per portare documenti falsi per gli ebrei, ma li aveva anche nascosti in una sua proprietà. Goldenberg stesso era molto contento che si fosse risaputo della generosità di Bartali, sempre molto schivo in vita (morì nel 2005) ad ammettere i suoi meriti: «Gino è un eroe della Resistenza a cui devo la vita», furono le parole di Goldenberg quando l’inchiesta di Pagine Ebraiche venne pubblicata.

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