Giusta la deroga per Forlì e Cantù, ma che leggerezza tesserare giocatori non vaccinati

Ci si prova, ma è tutto inutile. In tempi di Covid a catturare l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori resta soprattutto quanto succede fuori dal campo, invece dei risultati e delle classifiche. Sarà per la ridotta affluenza ai palasport (non certo figlia delle misure anti-pandemia), sarà per l’ostinata recriminazione sulla mancanza di un’equità competitiva che dal marzo 2020 non può sussistere (almeno nella sua tradizionale accezione), sarà quel che sarà. Ma è così. E allora ha fatto parecchio rumore nell’Italia della palla a spicchi la decisione del Coni di concedere un nuovo visto ad Unieuro Forlì e Cantù, dopo la “perdita” dei no-vax Hayes e Johnson. L’istanza dei due club di A2, rigettata dalla Lega Nazionale Pallacanestro, è stata accettata dal Coni perché il visto è andato perso per causa di forza maggiore, ovvero il cambiamento a stagione in corso della precedente normativa sui tesseramenti. Non essendo imputabile alcunché nella condotta delle società, quindi, il massimo organo sportivo nazionale ha restituito il visto a Forlì e Cantù e quest’ultima non si è fatta pregare tesserando già in settimana il nuovo Usa Zack Bryant.

Quasi immediata la reazione degli altri club di A2 che, si vocifera, stiano presentando un ricorso con almeno 16 firme, perché l’equità competitiva invocata da Forlì e Cantù per perorare la propria causa, sarebbe stata invece minata proprio con il provvedimento del Coni. Misura che, giusto sottolinearlo, non ha precedenti nella storia del basket italiano. E, altro elemento da sottolineare, Cantù e Forlì si trovano ora a scegliere in un mercato diverso rispetto a quello estivo e non necessariamente più svantaggioso, anzi, perché sanno di cosa hanno bisogno e conoscono bene i valori di forza propri e altrui. Le società ricorrenti sembrano decise ad andare avanti fino al Tar e le dichiarazioni non certo accondiscendenti di Petrucci sulla richiesta di visto supplementare fanno capire come la pensino i vertici del movimento nazionale.

Quindi? Secondo noi vanno sottolineati due aspetti. La normativa che permette ai Professionisti di giocare senza Green Pass rafforzato e lo rende invece obbligatorio per i Dilettanti fa davvero sorridere, al massimo avremmo compreso e accettato il contrario. E poi l’errore di base, sul quale si sono incartati pure i protocolli dei vari sport, è quello di considerare il Covid un evento eccezionale, quando andava preso alla stregua di ogni “imprevisto” incontrabile nel corso di una stagione sportiva. Visto però che lo sport ha preso un altro indirizzo, allora pensiamo sia legittima la concessione del visto supplementare a Forlì e Cantù, ma sempre di interesse di parte di parla. Sia per loro che chiedono “un’eccezione”, sia per gli altri club che la contestano duramente. E’ sempre così, purtroppo, come quando nel basket femminile sono saltate le partite per uno o due casi di positività. Interesse di parte.

Poi, considerazione questa strettamente personale, una leggerezza Forlì e Cantù l’hanno commessa, al pari di tutti i club che hanno tesserato in estate atleti non vaccinati. L’indirizzo sul Green Pass preso dal Governo Italiano ormai era evidente, cavarsela con i tamponi ogni 48 ore restava già allora un’alternativa costosa e pericolosa. Quindi un rischio d’impresa parecchie società se lo sono prese e, in fondo, visto americano o “semplice” tesseramento italiano poco cambia. La speranza è che nel prossimo mercato certe scelte vengano fatte con una robusta dose di realismo in più, a prescindere dall’andamento dell’epidemia e dalle regole governative in quel preciso momento.

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