Giovanni Pascoli

SAN MAURO PASCOLI. Giovanni Pascoli ha avuto un fratello, Giuseppe, che lo faceva vergognare e che perciò il poeta chiamava in maniera spregiativa Pagliarani, cognome, secondo la voce popolare, di uno degli assassini del padre.
Giuseppe (San Mauro di Romagna, 21 luglio 1859 – Bolzano Vicentino, 6 marzo 1917), sesto degli otto figli di Ruggero – amministratore della tenuta La Torre dei principi Torlonia, assassinato il 10 agosto del 1867 –, in seguito alla morte della madre Caterina Alloccatelli Vincenzi, avvenuta a poco più di un anno da quella del marito, nel 1872 deve abbandonare il collegio “Raffaello” di Urbino diretto dai padri Scolopi, perché il fratello maggiore Giacomo, che fa le veci del padre, non riesce a pagargli la retta. Avviato a frequentare le scuole tecniche, Giuseppe viene espulso da tutti gli istituti del Regno d’Italia a causa della sua condotta indisciplinata. Mandato a lavorare come apprendista presso un orologiaio di Ancona, anche qui Giuseppe si mostra irrequieto e poco adatto a quel tipo di lavoro.
Senza una vera occupazione per vivere, Giuseppe ricorre di frequente al fratello Giovanni, scrivendogli lettere con richieste di denaro. Richieste esaudite di nascosto dal poeta-professore, che gli raccomanda di non ringraziarlo per lettera, perché altrimenti la sorella Maria, vigile guardiana degli affetti domestici, lo avrebbe scoperto e rimproverato.
Incline alla meccanica, Giuseppe nel corso della sua vita si dedica a progettare invenzioni geniali ma poco commerciabili: letti e barelle per ospedali e da campo, carrozzelle per bambini, un agganciatore meccanico per vagoni ferroviari, una cassetta per lettere anti pioggia con sistema pneumatico. Lavorando saltuariamente e vivendo in condizioni precarie, Giuseppe chiede sempre denaro al più fortunato fratello Giovanni che, già insegnante nei licei, autore della raccolta poetica “Myricae” nonché compositore di carmi latini con cui vince più volte il prestigioso premio di poesia latina di Amsterdam, nell’autunno del 1895 viene nominato professore straordinario di Grammatica greca e latina all’Università di Bologna. Dopo un anno, però, il Pascoli rassegna le dimissioni da professore, spiegandone le ragioni in una lettera indirizzata al ministro Emanuele Gianturco: la presenza a Bologna del fratello Giuseppe che «per le sue disonorevoli azioni ha scelto a teatro appunto Bologna e appunto per la considerazione che io vi sono professore… Il disgusto e il discredito che mi viene dalla condotta di quell’uomo è così grande, da indurmi a troncare, dopo 14 anni, una carriera che prometteva ancora».
Stabilitosi a Bologna con la figliastra Adele, Giuseppe, quasi sempre disoccupato, approfitta del prestigio di cui gode Giovanni per ricattarlo al fine di ottenere appoggi e denaro. Diffonde infatti notizie infamanti sui genitori, accusati di averlo maltrattato in tenera età, e sul fratello, professore universitario, per averlo fatto oggetto di atti di libidine quando erano fanciulli.
Incaricato dal poeta, l’amico Pietro Guidi interroga l’anziana donna di servizio di casa Pascoli, Bibbiena Raschi, a proposito delle accuse che insudiciano Giovanni e il buon nome della famiglia. Bibbiena smentisce le maldicenze di Giuseppe, giudicate, secondo quanto riferisce Guidi, «vere fole le sevizie che quello dice di avere ricevuto».
Sviati dalle pagine di studi viziati da psicologismo pubblicati negli ultimi tempi, che descrivono Pascoli come un uomo molto diverso dal poeta fanciullino dall’ingenuo sentire studiato nelle aule scolastiche, istintivamente siamo tentati di vedere «impurità» e «perversione» anche in questo episodio poco conosciuto della sua tormentata biografia. In realtà, a studiare meglio le carte riguardanti la vita del poeta-professore, come ha fatto il fine critico letterario Cesare Garboli, la venuta a Bologna della “pecora nera” della famiglia Giuseppe, che viveva vita irregolare, è stata un po’ strumentalizzata dal Pascoli, che voleva dimettersi dalla cattedra bolognese perché «sospirava Roma (l’optimum)… in attesa di un posto d’ordinario che prima o poi non sarebbe mancato».
Quella richiesta di dimissioni, poi non accettate, celava inoltre l’insofferenza per un incarico che al Pascoli appariva di second’ordine, troppo dipendente da quello del latinista Gian Battista Gandino e del grecista Vittorio Puntoni, accademici “regolari”. Di qui il disagio del poeta, a cui nell’ottobre del 1897 pone parzialmente rimedio il ministro Giovanni Codronchi Argeli che lo nomina professore ordinario di Letteratura latina a Messina.

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